Assegno di mantenimento| 17 Gennaio 2017

 

Avviata la sperimentazione del Fondo di solidarietà a tutela del coniuge in stato di bisogno

 

Pubblicato in G.U., n. 11 del 14 gennaio 2017, il decreto del Ministero della Giustizia che individua i Tribunali presso i quali avviare la sperimentazione del Fondo di solidarietà a tutela del coniuge in stato di bisogno e prevede le modalità per la corresponsione delle somme e la riassegnazione al Fondo delle somme recuperate.

Con decreto del 15 dicembre 2016, il Ministero della Giustizia ha stabilito l’avvio della sperimentazione del Fondo di solidarietà a tutela del coniuge in stato di bisogno (istituito presso il Dipartimento per gli affari di giustizia del Ministero ex art. 1, comma 414, l. n. 208/2015) presso i Tribunali che hanno sede nel capoluogo dei distretti sede delle Corti d’appello indicati nella tabella A annessa al r.d. n. 12/1941.

 

L’istanza di accesso al Fondo di solidarietà. Il coniuge in stato di bisogno con il quale convivono figli minori o figli maggiorenni portatori di handicap grave, che non abbia ricevuto l’assegno di mantenimento per inadempienza del coniuge che vi era tenuto, può depositare l’istanza di accesso al Fondo presso la Cancelleria del Tribunale.
L’istanza deve essere redatta in conformità al modulo disponibile dal trentesimo giorno successivo alla data di pubblicazione del decreto in G.U. in un’area dedicata sul sito internet del Ministero della Giustizia (www.giustizia.it) denominata «Fondo di solidarietà a tutela del coniuge in stato di bisogno» e deve contenere, a pena di inammissibilità, l’indicazione di alcuni elementi individuati al comma 2 dell’art. 3 del decreto oltre alla documentazione da allegare ai sensi del comma 4 del medesimo articolo.

 

Valutazione e accoglimento dell’istanza. Il Presidente del Tribunale, o un Giudice da lui delegato, valuta l’ammissibilità dell’istanza nei 30 giorni successivi al suo deposito. Quest’ultima, se ritenuta ammissibile, viene trasmessa al Dipartimento per gli affari di giustizia del Ministero presso cui è istituito il Fondo al fine della corresponsione della somma richiesta. Al contrario, se ritenuta inammissibile, viene trasmessa al Fondo indicandone le ragioni.
In base al provvedimento adottato dal Presidente, il Fondo accoglie o rigetta l’istanza, provvedendo alla liquidazione delle istanze accolte alla scadenza di ciascun trimestre dalla data di pubblicazione del decreto.
In ogni caso, all’avente diritto non può essere corrisposta, in relazione a ogni rateo mensile dell’assegno di mantenimento, una somma eccedente la misura massima mensile dell’assegno sociale (attualmente pari a euro 448,07 lordi).
Il provvedimento con cui il Dipartimento per gli affari di giustizia accoglie l’istanza del richiedente viene revocato nel caso in cui venga accertata l’insussistenza dei requisiti soggettivi e oggettivi ovvero nel caso in cui la documentazione presentata contenga elementi non veritieri o sia incompleta.

 

Il termine per il versamento della somma erogata. Entro 30 giorni dalla distribuzione delle risorse imputate a ciascun trimestre, il Dipartimento per gli affari di giustizia intima al coniuge inadempiente di provvedere al versamento della somma erogata entro 10 giorni dall’intimazione secondo le modalità in essa indicate.
L’intimato che provveda entro il termine previsto deve, poi, entro 5 giorni trasmettere al Fondo la quietanza o attestazione del pagamento.
Qualora il coniuge inadempiente non provveda al versamento, il Ministero, in presenza di fondati indici di solvibilità patrimoniale del debitore, promuove azione esecutiva per il recupero delle somme erogate.


 

Assegno divorzile | 30 Settembre 2016

Niente assegno all’ex moglie: lei convive con un nuovo compagno

Respinta la richiesta avanzata dalla donna nei confronti dell’ex marito. Decisivo il fatto che ella abbia intrapreso una nuova relazione, creando così una famiglia di fatto.

Divorzio ufficiale, come da provvedimento del Tribunale. Niente assegno, però, all’ex moglie. Decisivo il fatto che ella si sia legata a un nuovo compagno, creando così una famiglia di fatto. (Cassazione, ordinanza n. 19345, sezione Sesta Civile, depositata il 29 settembre 2016)

 

Famiglia. Linea di pensiero comune per i giudici di primo e di secondo grado: risposta negativa alla richiesta di «assegno divorzile» avanzata dalla donna. Decisione, questa, poggiata sulla constatazione che ella ha «instaurato un rapporto di convivenza more uxorio con un altro uomo».
E tale prospettiva è condivisa ora dai magistrati della Cassazione, che ritengono irrilevante il richiamo fatto dal legale dell’ex moglie alla chiusura della «relazione» col nuovo compagno.
Pur ipotizzando la rottura della relazione, difatti, resta indiscutibile, spiegano i giudici, che «la creazione di una nuova famiglia, ancorché di fatto» rompe «ogni connessione con il tenore e il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale», e ciò «fa venire meno ogni presupposto per la riconoscibilità dell’assegno divorzile» a carico dell’ex marito. Di conseguenza, si può tranquillamente affermare che «la formazione di una famiglia di fatto, costituzionalmente tutelata, è espressione di una scelta, libera e consapevole, che si caratterizza per l’assunzione piena» anche «del rischio di una cessazione del rapporto», e quindi va esclusa, concludono i giudici, «ogni residua solidarietà post matrimoniale con l’altro coniuge».

AVV. CARLO IOPPOLI - PRESIDENTE NAZIONALE DEI FAMILIARISTI ITALIANI


FAMIGLIA e SUCCESSIONI

diritti civili | 28 Luglio 2016

Unioni civili: lente di ingrandimento sulle disposizioni transitorie

Dopo l’approvazione del Consiglio di Stato e la firma da parte di Governo, Ministero della Giustizia e Ministero dell’Interno, analizziamo le disposizioni transitorie, necessarie per la tenuta dei registri nell'archivio dello stato civile, contenute nel decreto ministeriale sulle unione civili.

Il Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio dei Ministri ha trasmesso, l’8 luglio scorso, al Consiglio di Stato lo schema di decreto attuativo, anche se provvisorio, della legge sulle unioni civili. Con tale decreto è stata data attuazione al comma 34 dell’art. 1 della legge 20 maggio 2016, n. 76 nella parte in cui prevede che con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell'interno, da adottare entro 30 giorni dall’entrata in vigore della legge, ossia entro il 5 luglio 2016, siano stabilite le disposizioni transitorie necessarie per la tenuta dei registri nell'archivio dello stato civile nelle more dell'entrata in vigore dei decreti legislativi previsti nel citato comma 28, lettera a).
In pratica, detto decreto ministeriale consente l’immediata attuazione della legge e quindi l’effettiva costituzione, fin da subito, delle unioni civili.
Dobbiamo ricordare che la legge, all'art. 1, comma 28, ha delegato il Governo ad adottare uno o più decreti legislativi nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi:
a) adeguamento alle previsioni della legge delle disposizioni dell'ordinamento dello stato civile in materia di iscrizioni, trascrizioni e annotazioni;
b) modifica e riordino delle norme in materia di diritto internazionale privato, prevedendo l'applicazione della disciplina dell'unione civile tra persone dello stesso sesso regolata dalle leggi italiane alle coppie formate da persone dello stesso sesso che abbiano contratto all'estero matrimonio, unione civile o altro istituto analogo;
c) modificazioni ed integrazioni normative per il necessario coordinamento con la legge delle disposizioni contenute nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti e nei decreti.
I decreti legislativi dovranno essere emanati entro 6 mesi dall'entrata in vigore della legge (ovvero entro il 5 dicembre 2016), su proposta del Ministro della Giustizia, di concerto con il Ministro dell'Interno, il Ministro del Lavoro e il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.
Però, vista la necessità di dare esecuzione in modo veloce ad una norma ritenuta assai importante, è stato inserito anche il comma 34 dell’art. 1, che così recita: «Con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell'Interno, da adottare entro trenta giorni dall’entrata in vigore della presente legge, sono stabilite le disposizioni transitorie necessarie per la tenuta dei registri nell'archivio dello stato civile nelle more dell'entrata in vigore dei decreti legislativi previsti nel citato comma 28, lettera a)». Tale comma ha acquistato efficacia, per effetto di quanto disposto dal successivo comma 35, il giorno stesso dell’entrata in vigore della legge, cioè dal 5 giugno 2016. In questo modo, onde evitare che la cominciasse a “funzionare” solo dopo l’emissione dei decreti legislativi di cui al comma 28, che - nelle more dell’approvazione e della futura entrata in vigore dei decreti legislativi, destinati a disciplinare in modo completo le unioni civili tra persone dello stesso sesso – il decreto ministeriale costituisca invece una normativa, di rango secondario, più circoscritta e di carattere transitorio, necessaria ad assicurare l’immediato adeguamento della disciplina degli archivi dello stato civile alla sopravvenienza normativa della quale si è dato conto. Diversamente, rimarrebbe priva di concreta effettività e di concreta fruibilità l’attuale vigenza del nuovo istituto.
Lo scopo del decreto è, dunque, quello di permettere, da un lato, l’effettivo svolgimento del procedimento di costituzione dell'unione e dall’altra di consentire la sua certificazione di quest’ultima.
In ogni caso, anche secondo il Consiglio di Stato, le soluzioni normative contenute nel decreto, stante la descritta temporaneità della disciplina “ponte”, non debbono né possono essere considerate irreversibili, essendo le stesse suscettibili di ripensamento e di miglioramento in occasione dell’attuazione della delega e ciò anche grazie all’esperienza applicativa che seguirà all’entrata in vigore del decreto di cui allo schema in oggetto.
Il Consiglio di Stato, pur con qualche rilievo (per esempio sul punto in cui prevede la necessità che vi siano ben quattro testimoni, anziché i due previsti dalla legge, nel caso in cui si l’ufficiale di stato civile a recarsi presso l’abitazione di uno dei due sottoscrittori che non possa muoversi per motivi di salute) e con la raccomandazione che i decreti legislativi vengano emanati al più presto, ha dato parere favorevole al provvedimento.

Vediamo brevemente alcuni punti del decreto.

L'art. 1 (Richiesta di costituzione dell’unione civile) regola la fase della presentazione delle richieste delle parti all'ufficiale dello stato civile.
Il comma 1 stabilisce che, al fine di costituire un'unione civile ai sensi della legge, due persone maggiorenni dello stesso sesso fanno congiuntamente richiesta all'ufficiale dello stato civile.
Il comma 2 specifica che nella richiesta, per ciascuna parte, devono essere dichiarati: il nome e il cognome, la data e il luogo di nascita, la cittadinanza, il luogo di residenza e l'insussistenza delle cause impeditive alla costituzione dell'unione di cui all'art. 1, comma 4, della legge.
Il comma 3 stabilisce che l'ufficiale dello stato civile, verificati i presupposti di cui al comma 1, redige immediatamente processo verbale della richiesta, e lo sottoscrive unitamente alle parti, che invita, dandone conto nel verbale, a comparire di fronte a sé in una data, indicata dalle parti, immediatamente successiva al termine di cui all'art. 2, per rendere congiuntamente la dichiarazione costitutiva dell'unione.
Il comma 4 prevede che se una delle parti, per infermità o altro comprovato impedimento, sia nell'impossibilità di recarsi alla casa comunale, l'ufficiale si trasferisce nel luogo in cui si trova la parte impedita e riceve la richiesta, ivi presentata congiuntamente da entrambe le parti.

L'art. 2 (Verifiche) regola le verifiche che l'ufficio dello stato civile deve compiere a seguito del ricevimento della richiesta disciplinata nell'art. 1.
Il comma 1 prescrive che, entro quindici giorni dalla presentazione della richiesta, l'ufficiale verifichi l'esattezza delle dichiarazioni rese nella stessa e possa acquisire d'ufficio eventuali documenti che ritenga necessari per provare l'inesistenza delle cause impeditive.
Il comma 2 stabilisce che, ai fini di cui al comma 1, l'ufficiale adotti ogni misura per il sollecito svolgimento dell'istruttoria e che possa chiedere la rettifica di dichiarazioni erronee o incomplete nonché l'esibizione di documenti.
Il comma 3 dispone che, se sia accertata l'insussistenza dei presupposti o la sussistenza di una causa impeditiva, l'ufficiale ne dia a ciascuna delle parti immediata comunicazione.
L'art. 3 (Costituzione dell’unione e registrazione degli atti nell’archivio dello stato civile) disciplina la costituzione dell'unione e la registrazione dei relativi atti nell'archivio dello stato civile, adempimento cui l'ufficiale è chiamato a provvedere in virtù dell'art. 1, comma 3, della legge.
Il comma 1 stabilisce che le parti, nel giorno indicato nell'invito, rendono personalmente e congiuntamente, alla presenza di due testimoni, avanti all'ufficiale dello stato civile del comune ove è stata presentata la richiesta, la dichiarazione di voler costituire un'unione civile, confermando l'assenza di cause impeditive della costituzione dell'unione.
Il comma 2 prescrive che l'ufficiale, ricevuta tale dichiarazione, fatta menzione del contenuto dei commi 11 e 12 dell'art. 1 della legge, relativi ai diritti e ai doveri che le parti assumono con la costituzione dell'unione civile rediga apposito processo verbale, sottoscritto unitamente alle parti e ai testimoni, allegando il verbale della richiesta.
Il comma 3 prevede che la registrazione degli atti dell'unione civile, costituita ai sensi del comma precedente, sia eseguita mediante iscrizione nel registro provvisorio delle unioni civili di cui all'art. 9, ferme restando le successive annotazioni negli atti di nascita. Nel comma in esame è altresì prescritto che, al fine dell'annotazione, l'ufficiale che ha redatto il verbale lo trasmetta immediatamente al comune di nascita di ciascuna delle parti, conservandone l'originale nei propri archivi, unitamente al verbale della richiesta.
Il comma 4 prevede che nella dichiarazione costitutiva dell'unione le parti possano rendere la dichiarazione di scelta del regime patrimoniale della separazione dei beni ai sensi dell'art. 1, comma 13, della legge.
Il comma 5 equipara a rinuncia la mancata comparizione, senza giustificato motivo, di una o di entrambe le parti nel giorno indicato nell'invito, e stabilisce che di tale mancanza l'ufficiale rediga processo verbale, sottoscritto anche dalla parte e dai testimoni ove presenti, archiviandolo unitamente al verbale nel registro provvisorio.
Il comma 6 dispone che se una delle parti, per infermità o per altro comprovato impedimento, sia nell'impossibilità di recarsi alla casa comunale, l'ufficiale debba trasferirsi nel luogo in cui si trovi la parte impedita e, alla presenza di quattro testimoni, ivi riceva la dichiarazione costitutiva dell’unione.
Il comma 7, infine, prevede che nel caso di imminente pericolo di vita di una delle parti, l'ufficiale dello stato civile riceva la dichiarazione costitutiva anche in assenza di richiesta, previo giuramento delle parti stesse sulla sussistenza dei presupposti per la costituzione dell'unione e sull'assenza di cause impeditive di cui all'art. 1, comma 4, della legge.

L'art. 4 (Scelta del cognome comune) disciplina la scelta del cognome comune, prevista dall'art. 1, comma 10, della legge.
Il comma 1 prevede che le parti, nella dichiarazione costitutiva dell'unione, possano indicare il cognome comune che abbiano stabilito di assumere per l'intera durata dell'unione ai sensi del summenzionato comma 10, lasciando alla parte il cui cognome non sia stato assunto come cognome comune di anteporre o posporre a quest'ultimo il proprio cognome.
Il comma 2 dispone che a seguito di tale dichiarazione i competenti uffici procedano all'annotazione nell'atto di nascita ed all'aggiornamento della scheda anagrafica.

L'art. 5 (Unione costituita a seguito della rettificazione di sesso di uno dei coniugi) disciplina l'unione civile che, ai sensi dell'art. 1, comma 27, della legge, si costituisce automaticamente tra i coniugi i quali, a seguito della rettificazione di sesso di uno di loro, abbiano manifestato la volontà di non sciogliere il matrimonio o di non farne cessare gli effetti civili.
Il comma 1 prevede che i coniugi che, a seguito della predetta rettificazione di sesso, non intendano sciogliere il matrimonio o farne cessare gli effetti civili, rendano personalmente apposita dichiarazione congiunta all'ufficiale dello stato civile del comune nel quale fu iscritto o trascritto l'atto di matrimonio.
Il comma 2 fa espresso rinvio all'applicazione della procedura per l'eventuale scelta del cognome comune introdotta nell'art. 4.
Il comma 3 stabilisce che gli atti dell'unione civile siano annotati nell'atto di matrimonio delle parti e nei relativi atti di nascita.

L'art. 6 (Scioglimento dell’unione civile per accordo tra le parti) disciplina lo scioglimento dell'unione civile per accordo delle parti ai sensi dell'art. 1, comma 24, della legge.
Il comma 1 stabilisce che per l'accordo di scioglimento è competente l'ufficiale del comune di residenza di una delle parti o del comune presso cui è iscritta o trascritta la dichiarazione costitutiva dell'unione civile. È previsto inoltre che l'accordo sia iscritto nel registro provvisorio delle unioni civili e annotato negli atti di nascita di ciascuna delle parti, a cura dei competenti uffici.
Secondo il comma 2, l'accordo seguito alla convenzione di negoziazione assistita, conclusa ai sensi dell'art. 6 decreto-legge n. 132/2014, viene annotato nel registro provvisorio delle unioni civili, oltre che negli atti di nascita di ciascuna delle parti, a cura dei competenti uffici.
Il comma 3 prevede che, ove lo scioglimento abbia ad oggetto l'unione costituita con le modalità di cui al precedente art. 5 (per rettificazione di sesso di uno dei coniugi), lo scioglimento sia annotato anche nell'atto di matrimonio delle parti.
Infine, il comma 4 stabilisce che, per l'istituto dello scioglimento previsto dall'art. 1, comma 24, della legge, si applicano le disposizioni, contenute nello stesso art., che individuano l'ufficiale di stato civile competente a ricevere le dichiarazioni e gli adempimenti a cui esso è conseguentemente tenuto.

L'art. 7 (Documento attestante la costituzione dell’unione) riguarda il documento attestante la costituzione dell'unione, atto "certificativo" dell'unione, disciplinato nell'art. 1, comma 9, della legge che ne indica anche il contenuto: dati anagrafici delle parti, regime patrimoniale, residenza, dati anagrafici e residenza dei testimoni.
Il comma 2 prevede che, a richiesta dell'interessato, negli atti e nei documenti riportanti l'indicazione dello stato civile, sia indicata la dicitura "unito civilmente" o "unita civilmente". Il rilascio del documento spetta all'ufficiale dello stato civile.

L'art. 8 (Trascrizioni e nulla osta) disciplina le trascrizioni e il nulla osta all'unione civile presentato dallo straniero.
Il comma 1 stabilisce che sono trascritte negli archivi dello stato civile le unioni civili costituite all'estero secondo la legge italiana davanti al capo dell'ufficio consolare, competente in base alla residenza di una delle due parti.
Il comma 2 prevede che lo straniero che vuole costituire in Italia un'unione civile deve presentare all'ufficiale dello stato civile, nella richiesta di cui all'art. 1, anche una dichiarazione dell'autorità competente del proprio Paese dalla quale risulti che, giusta le leggi cui è sottoposto, nulla osta all'unione civile.
In relazione alla trascrivibilità nel registro provvisorio di cui all'art. 9, degli atti di matrimonio e di unione civile tra persone dello stesso sesso formati all'estero davanti alle competenti autorità straniere, il comma 3 fissa il principio secondo cui, nelle more dell’adozione dei decreti legislativi di cui all’art. 1, comma 28, lettera a), della legge, l'autorità consolare trasmetta, ai fini della trascrizione, tali atti secondo quanto già previsto dall'art. 17 del decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396 (Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile, a norma dell’art. 2, comma 12, della L. 15 maggio 1997, n. 127).

L'art. 9 (Registro provvisorio delle unioni civili e formule) riguarda le formule e l'istituzione del registro provvisorio delle unioni civili.
Il comma 1 dispone l’istituzione presso ciascun comune il registro provvisorio delle unioni civili.
Il comma 2 prevede che i fogli che costituiscono il registro siano redatti secondo le apposite formule da approvare con decreto del Ministro dell'interno, ai sensi dell'art. 12 del decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396, da adottare entro il termine di cinque giorni dalla data di entrata in vigore del decreto, di cui allo schema in esame.

L'art. 10 (Disposizioni finali) al comma 1 stabilisce che le disposizioni del provvedimento si applichino fino all'entrata in vigore dei decreti legislativi previsti nell'art. 1, comma 28, della legge n. 76 del 2016.
Il comma 2, infine, reca la clausola di invarianza finanziaria.


NASCE SEZIONE REGIONALE ANFI LIGURIA

DI SEGUITO LA COMUNICAZIONE UFFICIALE DELLA NEONATA SEZIONE:

 

Savona, 30 Giugno 2016

 

                                                           Spett.le

                                                           A.N.F.I.-Associazione Nazionale Familiaristi Italiani

                                                           In persona del suo Presidente Avvocato Carlo IOPPOLI

 

 

Ogg.: Comunicazione Fondazione ANFI Sezione Liguria

 

                                               Carissimo Presidente,

tutti noi abbiamo il piacere di salutarTi e  comunicarTi l’avvenuta fondazione dell’A.N.F.I. Sezione Liguria, fondazione avvenuta in Savona il 29 Giugno 2016.

 

                                               Procediamo con ordine riservando la scannerizzazione del Verbale aperto alle h 20,25 circa.

 

                                   PRESENTI PERSONALMENTE O PER DELEGA

 

-Avv. Fabrizio SEGHETTI                          Avvocato, Savona

-Avv. Coach Veronica CALAMARA’          Avvocato e Coach, Genova

-Avv. Emiliano BERRUTI                         Avvocato, Savona

-Avv. Paolo MASTROIANNI                   Avvocato, La Spezia

-Avv. Maurizio MASTROIANNI             Avvocato, La Spezia

-Dott.ssa Paola SIMONELLI                  Psicologo e Psicoterapeuta, La Spezia

-Dott. Francesco DI MONDA                Educatore, Genova

-Avv. Roberto INCORVAIA                  Avvocato, Savona

-Avv. Roberto LEVRERO                    Avvocato, Savona

-Avv Andrea CORSO                                      Avvocato, Savona

-Avv. Marina PAVESI (Delega all’Avv. Roberto Incorvaia)        Avvocato, Savona

-Dott. Federico GHIGLIONE (Delega all’Avv. Veronica CALAMARA’)   Pedagogista, Genova

-Dott.ssa Lia FINZI (Delega all’Avv. Veronica CALAMARA’) Medico Specialista in Psicologia/Psicoterapia      Genova

-Prof. Pantaleo FORNARO (Delega all’Avv. Veronica CALAMARA’) Docente Universitario, Medico Specialista in  Psichiatra e Psicofarmacologia, Genova

-Sig.na Valentina RAZZANI (Delega all’Avv. Fabrizio SEGHETTI)   Laureanda in Giurisprudenza presso UNIGE, orientativamente mese di Ottobre 2016,  Imperia

 

Detti Soci all’unanimità deliberano di fondare la Sezione Liguria A.N.F.I., con sede provvisoria in SAVONA Via Astengo 6/2.

 

ELEZIONE DEL CONSIGLIO DIRETTIVO PROVINCIALE E DEI RESPONSABILI PROVINCIALI.

 

                                   Previe candidature dei Soci Fondatori per le previste cariche, in tal modo si è conclusa la elezione del DIRETTIVO REGIONALE

 

                                          PRESIDENTI REGIONALI

 

Avv. Fabrizio SEGHETTI (SV)       Avv. Coach Veronica CALAMARA’ (GE)

 

                                                   All’unanimità

 

                                                    SEGRETARIO

 

Avv. Marina PAVESI (SV) con n. 8 voti

 

                                                       TESORIERE

 

Avv.. Roberto LEVRERO  (SV)                           All’unanimità

 

                  RESPONSABILE DELLE PUBBLICHE RELAZIONI

 

Prof. Dott. Pantaleo FORNARO  (GE)                All’Unanimità

 

                                  CONSIGLIERI  (tutti eletti all’unanimità)

 

Avv.Paolo MASTROIANNI       (SP)

Dott. Francesco DI MONDA    (GE)
Avv. Andrea CORSO                 (SV)

Avv. Roberto INCORVAIA      (SV)

Sig.na Valentina RAZZANI    (IM)

Dott.ssa Paola SIMONELLI   (SP)

 

Previe candidature, sono stati inoltre eletti i seguenti

 

                RESPONSABILI PROVINCIALI (tutti eletti all’unanimità)

 

Provincia di IMPERIA: Sig.na Valentina RAZZANI

Provincia di SAVONA: Avv. Fabrizio SEGHETTI

Provincia di GENOVA: Avv.Coach. Veronica CALAMARA’

Provincia di LA SPEZIA: Avv. Maurizio MASTROIANNI

 

                                                                       §§§

 

L’assemblea dei Fondatori si è conclusa alle h 21,19 circa ed i Soci han deliberato di fissare una nuova assemblea a Genova verso l’autunno, compatibilmentente con la presenza del Presidente Avv. Carlo IOPPOLI per esaminare idee e stabilire date per nuovi incontri.

 

                                                           BENE

 

Siamo molto contenti e ti aspettiamo, veramente avendo un congruo anticipo, all’incontro di GENOVA.

 

Alla fondazione hanno partecipato come simpatizzanti, esprimento all’esito un sincero interesse:

 

-Avv. Giada ORSINI          (Foro di Savona ma con Studio in Genova)

-Avv. Gabriele MARINO               Idem come sopra

-Avv. Francesca D’AMELIO           Savona

 

Francamente atteso che Giada e Gabry sono più a Savona che qui, penserei se va bene a Veronica, di inserirli su Genova.

 

                                   Francesca invece qui a Savona.

 

                                                                       Un caro saluto ed a risentirci presto.

 

                                        Fabrizio        Veronica

 

                                                  E TUTTI

 


Incidente cargo Jolly Nero a Genova, la vedova e il militare morto ottengono l'adozione di una bimba

Incidente cargo Jolly Nero a Genova, la vedova e il militare morto ottengono lʼadozione di una bimba

Per il legale della donna, "si tratta del primo caso in Italia". I giudici hanno tenuto conto dellʼinteresse del minore. Il disastro nel 2013

Marco De Candussio, il sottufficiale della Marina militare morto nel crollo della Torre piloti del Porto di Genova nel 2013, causato dal cargo Jolly nero in manovra, e la vedova hanno ottenuto l'adozione di una bambina. Secondo l'avvocato della donna, "si tratta del primo caso del genere in Italia". La coppia aveva in affido la piccola dal 2007. L'adozione è arrivata nel 2014, ma il fatto si è saputo durante il processo per il crollo dell'edificio.

I protagonisti di questa storia sono Paola De Carli, 40 anni, e Marco De Candussio, sottufficiale che perse la vita nel crollo della Torre piloti il 7 maggio del 2013, quando il cargo in manovra urtò la Torre abbattendolo e causando 9 morti. Quattordici mesi dopo quell'incidente, nel luglio del 2014, il tribunale dei minori ha deciso per l'adozione della piccola da parte della vedova. La coppia, originaria di Savignano sul Rubicone (Forlì), aveva già un figlio. Paola e Marco avevano in affidamento la piccola dal 2007.

La storia è emersa in tribunale a Genova, durante una udienza per il processo del crollo della Torre Piloti in cui sono indagati il comandante della Jolly Nero Roberto Paoloni, il pilota Antonio Anfossi, il primo ufficiale Lorenzo Repetto, il direttore di macchina Franco Giammoro, il comandante d'armamento della compagnia Messina Giampaolo Olmetti, accusati di omicidio colposo plurimo, attentato alla sicurezza dei trasporti e crollo di costruzioni; e il terzo ufficiale Cristina Vaccaro che deve rispondere di falso per aver controfirmato alcuni documenti in cui si sosteneva che tutti gli apparati erano in regola, mentre da una perizia non è risultato così. Imputata anche la Compagnia Messina per responsabilità amministrativa.

"Primo caso in Italia" - "E' un caso - spiega l'avvocato Divano - unico, il primo in Italia in Italia". I giudici dei minori si sono basati "sull'articolo 25 della legge 184/83 che al comma IV prevede in caso di morte o di sopravvenuta incapacità di uno dei coniugi affidatari l'adozione può essere ugualmente disposta a istanza dell'altro coniuge nei confronti di entrambi". "E la norma - dicono i giudici - deve essere interpretata sulla base del principio ispiratore di quella legge e cioè l'interesse del minore all'adozione. In questo caso tale interesse sussiste senza alcun dubbio. La bimba è perfettamente inserita nel nucleo familiare di cui si sente parte a tutti gli effetti". Paola De Carli aveva chiesto al tribunale dei minori di Genova di poter adottare la bambina "in capo a lei e al marito deceduto, tenuto conto della volontà di quest'ultimo dimostrata continuativamente in un lungo arco di anni".

www.associazionefamiliaristi.org



 

FAMIGLIA e SUCCESSIONI

diritti civili| 26 Febbraio 2016

Il Senato dà l’ok alla versione emendata del ddl Cirinnà

Giovedì 25 febbraio 2016, il Senato ha approvato un maxiemendamento sostitutivo del d.d.l. n. 2081 (c.d. d.d.l. Cirinnà), avente ad oggetto la regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e la disciplina delle convivenze di fatto. Sul maxiemendamento, che ha avuto il via libera da Palazzo Madama, era stata posta la fiducia dal Governo. Il testo dovrà essere sottoposto al vaglio di Montecitorio.

 

Le novità del ddl in materia di unioni civili.... L’Assemblea di Palazzo Madama ha approvato, il 25 febbraio 2016, con 173 voti favorevoli e 71 contrari, un maxiemendamento sostitutivo del d.d.l. n. 2081, c.d. d.d.l. Cirinnà, recante disposizioni in materia di regolamentazione delle unioni civili tra persone del medesimo sesso e di disciplina delle convivenze di fatto.
Il provvedimento configura l’unione civile tra persone dello stesso sesso come una specifica formazione sociale, di cui agli artt. 2 e 3 della Costituzione, oltre a disciplinare le convivenze di fatto.
Il disegno di legge prevede che due persone del medesimo sesso possano costituire un’unione civile, attraverso una dichiarazione espressa di fronte all’ufficiale di stato civile, con la presenza di due testimoni.
La sussistenza del suddetto legame è attestata da un documento che certifica la costituzione dell’unione e riporta l’indicazione di tutti i dati anagrafici, del regime patrimoniale e della residenza delle parti.
I partners possono, in ossequio a quanto previsto dal provvedimento, decidere di assumere un cognome comune, scegliendolo tra i loro, e la costituzione del rapporto conferisce alle parti i medesimi diritti e doveri, oltre ad un obbligo reciproco di assistenza morale e materiale.
Il testo prevede che, in assenza di diverso accordo, il regime patrimoniale tra le parti sia quello della comunione dei beni; inoltre, il provvedimento precisa che, per assicurare una tutela effettiva dei partners e l’adempimento, da parte loro, degli obblighi di legge, le disposizioni che fanno riferimento al rapporto matrimoniale e contengono espressioni quali «coniuge», o altre equivalenti, devono trovare applicazione anche nelle ipotesi di unioni civili tra persone dello stesso sesso.
Lo scioglimento dei suddetti legami si concretizza con la proposizione di apposita domanda, che deve avere luogo decorsi tre mesi dalla manifestazione, anche disgiunta, di una volontà in tal senso, davanti all’ufficiale di stato civile.

…e convivenze di fatto. Il provvedimento definisce, poi, come convivenze di fatto, i rapporti tra persone maggiorenni, unite stabilmente da legami affettivi di coppia e da obblighi di reciproca assistenza morale e materiale, che però non siano vincolate né dal matrimonio, né da un’unione civile.
Il testo attribuisce ai conviventi di fatto, i medesimi diritti che spettano al coniuge nelle ipotesi previste dall’ordinamento penitenziario, in materia di diritto di visita, di successione nel contratto di locazione, di abitazione della casa familiare, di risarcimento in caso di sinistro.
E’, inoltre, contemplato che i conviventi possano disciplinare i loro rapporti patrimoniali attraverso la sottoscrizione di un contratto di convivenza, redatto in forma scritta, con atto pubblico o scrittura privata, dal quale è possibile recedere unilateralmente oppure con accordo tra le parti.
Il testo dovrà essere sottoposto all’esame della Camera dei Deputati.

 

avv. Carlo Ioppoli - www.associazionefamiliaristi.org


LA NUOVA LEGGE: NON VI E' OBBLIGO DI FEDELTA', MA SI' ALL'ASSEGNO DI DIVORZIO

 

1. Che cosa cambierà nel diritto di famiglia con l’approvazione della nuova legge? 

Si colmerà finalmente un vuoto normativo ormai intollerabile. La Corte costituzionale ha confermato che il matrimonio in Italia può essere celebrato solo fra persone di sesso diverso, ma ha precisato che le coppie omosessuali hanno diritto a costituire una famiglia riconosciuta dallo Stato. La nuova legge creerà quindi un nuovo istituto giuridico – l’unione civile – riservato alle coppie dello stesso sesso che si affianca al matrimonio eterosessuale. L’unione verrà registrata nei registri dello stato civile, e produrrà effetti in larga misura equiparabili a quelli del matrimonio. Inoltre la nuova legge disciplina un fenomeno sociale sempre più diffuso: quello di due persone (dello stesso sesso o di sessi diversi) che convivono senza formalizzare la loro unione.  

 

 

 

2. Quale è la più rilevante differenza nella disciplina dell’unione civile omosessuale rispetto al matrimonio?  

Le coppie omosessuali non possono adottare bambini che vivono in stato di abbandono. L’ultimo testo precedente all’emendamento del governo prevedeva

invece che il partner omosessuale potesse adottare il figlio del proprio compagno. Ora questa possibilità non è più espressamente prevista. La giurisprudenza potrà ugualmente valutare se applicare analogicamente la norma contenuta nella legge sull’adozione e riferita ai coniugi. Precedenti in questo senso ci sono già. 

 

 

3. È vero che il testo approvato non prevede l’obbligo di fedeltà per le coppie omosessuali? Quali sono le conseguenze di questa omissione?  

 

Nell’elencare i diritti e i doveri che nascono dall’unione civile, il nuovo testo trascrive letteralmente quelli che derivano dal matrimonio (assistenza morale e materiale, coabitazione) ma non menziona la fedeltà. È una differenza di trattamento rispetto al matrimonio che non ha alcuna ragionevole giustificazione: è come dire che non si può pretendere che gli omosessuali siano fedeli. Si tratta però di una questione che ha un rilievo pratico limitato. Anche nel matrimonio la giurisprudenza tende ormai ad attribuire sempre minor rilievo alla violazione dell’obbligo di fedeltà.

 

 

4. Che cosa succede se la coppia omosessuale si separa?  

 

Non è previsto l’istituto della separazione e questa è un’altra rilevante differenza rispetto al matrimonio. È una scelta tecnicamente discutibile. È invece previsto il divorzio, in una norma formulata in modo assai impreciso. La volontà delle parti di scioglimento dell’unione deve essere manifestata dalle parti «anche disgiuntamente». 

 

 

 

5. Che cosa significa?  

Nel lessico giuridico, ma anche nel lessico comune, «disgiuntamente» significa «separatamente». In realtà il legislatore intende probabilmente dire che la volontà di sciogliere l’unione può essere manifestata anche da una sola delle parti. Comunque la dichiarazione deve essere presentata all’ufficiale dello stato civile e il divorzio può essere chiesto tre mes

6. Che cosa prevede la seconda parte della riforma, quella dedicata alla convivenza?  

 

La semplice stabile convivenza fra persone dello stesso sesso o di sessi diversi attribuisce alla coppia il diritto di essere trattata come tale nei confronti di enti (l’ospedale, il carcere, il Comune per l’assegnazione degli alloggi di edilizia popolare) o altri soggetti (il proprietario della casa di abitazione). 

 

 

 

7. È previsto, in caso di interruzione della convivenza, un assegno per il mantenimento della parte debole?  

Era previsto nel testo in discussione prima che il governo ponesse la fiducia, ma questo diritto è stato eliminato dal testo definitivo. Si tratta di una questione molto delicata perché la scelta della convivenza è sempre più diffusa e molti conviventi fanno sacrifici enormi a favore della famiglia. Forse, come avviene ormai in molti altri Stati, il legislatore avrebbe dovuto prestare attenzione a queste situazioni.

 


 

 

FAMIGLIA e SUCCESSIONI

STEPCHILD ADOPTION | 24 Febbraio 2016

Coppia omosex e figlia trasferita in Italia: nessun caso sull’adozione della minore

A sollevare il caso è stato il Tribunale per i minorenni di Bologna. In ballo il riconoscimento della sentenza con cui, negli Stati Uniti, era stata disposta l’adozione della bambina da parte della compagna della madre biologica. Ma ci si trova di fronte a un pronunciamento straniero, che coinvolge cittadini stranieri: inammissibile la questione di legittimità costituzionale.

 

Tantissimo fumo, ma niente arrosto. Per i giudici della Corte Costituzionale è «inammissibile» la «questione di legittimità costituzionale promossa dal Tribunale per i minorenni di Bologna» e relativa a una ‘stepchild adoption’.
Ai giudici emiliani era stato chiesto di «riconoscere la sentenza con cui, nel 2004, negli Stati Uniti, era stata disposta l’adozione della figlia della compagna in una coppia di persone dello stesso sesso, entrambe cittadine americane» e trasferitesi da qualche anno in Italia.
Ma il delicato tema non è stato neanche affrontato. Ciò perché, spiegano i giudici della Consulta, «il Tribunale di Bologna ha erroneamente trattato la decisione straniera come un’ipotesi di adozione da parte di cittadini italiani di un minore straniero (cosiddetta adozione internazionale), mentre si trattava del riconoscimento di una sentenza straniera, pronunciata tra stranieri».

 


SOLO SE SEI SEPARATO E IN STATO DI BISOGNO E' PREVISTO PER IL MANTENIMENTO L'AIUTO DELLO STATO

 

Famiglia separata

Se l'ex coniuge non paga l'assegno di mantenimento stabilito dal giudice, sarà lo Stato ad anticipare le somme. La novità è stata introdotta dalla l. n. 208/2015, con il fine di rispondere alle esigenze del coniuge più debole (e della prole) che spesso si trova in stato di necessità proprio per il mancato versamento delle somme fissate dal giudice in sede di separazione.

 

Il nuovo fondo di solidarietà, tuttavia, è destinato a sopperire alle inadempienze del coniuge obbligato soltanto per i titolari dell'assegno "determinato ai sensi dell'articolo 156 del cod. civ.".

Per cui, la misura è destinata soltanto ai coniugi separati, mentre sono esclusi dalla fruibilità delle somme i titolari di assegno di divorzio, oltre che ovviamente gli ex conviventi (che, ad oggi, non sono neanche titolari di assegno di mantenimento).

L'anticipazione delle somme, da parte dello Stato, peraltro, è subordinata ad una seconda condizione: la dimostrazione dello "stato di bisogno".

Sarà la parte che richiede l'anticipazione delle somme, mediante istanza al tribunale del luogo di residenza, a dover provare di non poter provvedere alle proprie esigenze di vita.

Prove che saranno sottoposte al vaglio del presidente del tribunale (o del giudice a lui delegato), il quale dovrà decidere sull'istanza entro 30 giorni, rigettandola con decreto non impugnabile, ovvero accogliendola e trasmettendo gli atti al ministero della giustizia, il quale provvederà alla corresponsione richiesta tramite l'apposita dotazione (di 250mila euro per il 2016 e di 500mila euro per il 2017), salvo rivalsa sull'obbligato.

Per i dettagli, in ogni caso, occorrerà attendere l'apposito decreto attuativo, che dovrà essere emanato entro fine mese dal ministero della giustizia, di concerto con quello dell'economia e delle finanze.

 

Avv. Carlo Ioppoli - Presidente ANFI - Ass.ne Avvocati Familiaristi Italiani


SE LA MADRE METTE I FIGLI CONTRO IL PADRE PERDE L'AFFIDAMENTO

 

 La scorsa estate abbiamo parlato di una pronuncia davvero "scottante": quella con la quale il Tribunale di Cosenza aveva giustificato un affidamento esclusivo in capo a un coniuge in ragione della cd. "alienazione parentale" provocata ai figli dall'altro coniuge

Quella del Tribunale calabrese si è presentata come una sentenza senza dubbio innovativa, in quanto è stata tra le prime ad aver introdotto la predetta sindrome nelle aule di giustizia.

Orbene: il 18 dicembre scorso è arrivata la conferma della Corte d'Appello di Catanzaro.

Con il decreto numero 3405/2015, il giudice dell'impugnazione ha infatti ritenuto infondate tutte le censure mosse dal genitore "alienante" avverso la pronuncia di primo grado.

Con particolare riferimento alla sindrome dell'alienazione parentale, la Corte ha chiarito che ciò che rileva non è tanto il suo riconoscimento o meno sotto il profilo medico-scientifico, come sostenuto dalla ricorrente.

Ad interessare, ai fini della decisione, è infatti il modo in cui, in concreto, si atteggiano i rapporti genitori/figli.

Nel caso di specie, è stato riscontrato che l'avversione manifestata dai piccoli nei confronti del padre è indubbiamente correlata all'atteggiamento della madre, che non ha fatto nulla per agevolare i loro rapporti con la figura paterna ma, anzi, li ha messi in discussione.

Sulla base di questa e di altre argomentazioni, la Corte di Appello di Catanzaro ha così confermato l'affidamento esclusivo dei bambini in capo al padre, sia pure con loro collocazione temporanea presso un centro di accoglienza per un periodo di sei mesi. 

 

Avv. Carlo Ioppoli - Presidente ANFI - Ass.ne Avvocati Familiaristi Italiani


SEI UNA DONNA CHE PUO' LAVORARE? NON HAI DIRITTO AL MANTENIMENTO

 

 

Se la moglie ha idonea capacità lavorativa, anche se durante il matrimonio era casalinga, può ben andare a lavorare e non ha diritto all'assegno da parte dell'ex marito. Lo ha stabilito la Cassazione, con la recente sentenza n. 11870/2015, che rappresenta una importante conferma dell'ormai direzione intrapresa dalla giurisprudenza verso un rigore maggiore nel riconoscimento del diritto all'assegno di mantenimento.

Nel caso di specie, la moglie aveva sempre fatto la casalinga e la famiglia viveva con il solo reddito di lavoro dipendente proveniente dal marito, per cui la donna, in sede divorzile, sosteneva di "non essere in grado, in quanto impossidente e priva di lavoro", di mantenere il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, denunciando invece che il marito, che nel frattempo era andato a vivere con una nuova compagna, dalla quale aveva avuto pure una figlia, era un "disoccupato" solo apparente. Avrebbe cioè simulato il suo collocamento a riposo, continuando in realtà a lavorare presso terzi e percependo anche l'indennità di disoccupazione, godendo dunque di una situazione economica certamente superiore alla sua e mantenendosi anche un'auto.

Ma i giudici di merito, in entrambi i gradi di giudizio, le danno torto. E la donna si rivolge allora alla Cassazione. Cadendo però dalla padella nella brace.

Per gli Ermellini, infatti, il ragionamento seguito dai giudici di merito è ineccepibile.

La donna non ha fornito alcuna prova circa il tenore di vita mantenuto durante il matrimonio né ha dimostrato adeguatamente, aldilà di mere asserzioni, la convivenza del marito con la nuova compagna, essendo invece provati sia il deterioramento della condizione economica dell'uomo, aggravata dalla nascita di una figlia, sia il suo stato di disoccupazione, derivante dalla perdita del lavoro a causa di una contestazione disciplinare.

Senza contare altresì che, per contro, la donna era risultata dotata di idonea capacità lavorativa, esercitando attività sia pure in maniera saltuaria, di cui peraltro non aveva dimostrato né la natura né gli emolumenti derivanti.

Per cui correttamente i giudici di merito hanno concluso per l'insussistenza dei presupposti per l'attribuzione dell'assegno post matrimoniale. È vero infatti hanno affermato dal Palazzaccio che l'art. 5 della l. n. 898/1970, dispone che "l'accertamento del diritto all'assegno di divorzio dev'essere effettuato verificando l'inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso o quale poteva legittimamente e ragionevolmente configurarsi sulla base di aspettative maturate nel corso del rapporto" ma la liquidazione in concreto dell'assegno va compiuta "tenendo conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione e del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ognuno e di quello comune, nonché del reddito di entrambi, valutandosi tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio". Inoltre, nell'ambito di questo apprezzamento, occorre guardare non solo ai redditi e alle sostanze del richiedente l'assegno, ma anche a quelli dell'obbligato, i quali ha aggiunto la S.C. "assumono rilievo determinante sia ai fini dell'accertamento del livello economico-sociale del nucleo familiare, sia ai fini del necessario riscontro in ordine all'effettivo deterioramento della situazione economica del richiedente in conseguenza dello scioglimento del vincolo".

Per cui, per poter determinare lo standard di vita mantenuto dalla famiglia in costanza di matrimonio, occorre conoscerne "con ragionevole approssimazione le condizioni economiche dipendenti dal complesso delle risorse reddituali e patrimoniali di cui ciascuno dei coniugi poteva disporre e di quelle da entrambi effettivamente destinate al soddisfacimento dei bisogni personali e familiari, mentre per poter valutare la misura in cui il venir meno dell'unità familiare ha inciso sulla posizione del richiedente è necessario porre a confronto le rispettive potenzialità economiche intese non solo come disponibilità attuali di beni ed introiti, ma anche come attitudini a procurarsene in grado ulteriore".

E in tale contesto, i giudici non hanno avuto bisogno di disporre accertamenti d'ufficio (peraltro affidati alla loro discrezionalità) attraverso la polizia tributaria, per indagare sui redditi dei coniugi e sul loro effettivo tenore di vita, ritenendo raggiunta la prova dell'insussistenza dei presupposti per il riconoscimento dell'assegno alla moglie, sia in virtù dei riscontri forniti dall'ex marito, che della totale carenza di dimostrazione da parte della donna dell'impossibilità di procurarsi mezzi adeguati per mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio.

Per cui, in definitiva, il ricorso è rigettato e la donna può dire addio al mantenimento.

 

Avv. Carlo Ioppoli - Presidente ANFI - Ass.ne Avvocati Familiaristi Italiani


ADOZIONE PIU' FACILE PER LE FAMIGLIE AFFIDATARIE

 

La famiglia che ha un minore in affido non solo potrà chiederne l'adozione ma godrà anzi di una corsia preferenziale. Alla Camera via libera alla proposta di legge già approvata dal Senato che ridefinisce il rapporto tra procedimento di adozione e istituto dell'affidamento garantendo il diritto alla continuità affettiva dei minori. La nuova legge muta radicalmente l'attuale disciplina che vieta l'adozione da parte degli affidatari, scongiurando così il rischio che bambini già provati dal distacco dalla famiglia di origine siano sottoposti a un altro trauma.

LE NOVITÀ IN SINTESI -

Affidatari in corsia preferenziale
- In caso di adozione è prevista una corsia preferenziale a favore di chi ha il bambino in affido. Il tribunale dei minori dovrà infatti tener conto, nel decidere sull'adozione, dei `legami affettivi significativi´ e del `rapporto stabile e duraturo´ consolidatosi tra il minore e la famiglia affidataria. La corsia preferenziale opera però solo se gli affidatari rispondono ai requisiti per l'adozione (stabile rapporto di coppia, idoneità all'adozione e differenza di età con l'adottato).

Tutela della continuità affettiva
- Nell'interesse del minore è garantita continuità affettiva con gli affidatari (come ad esempio il diritto di visita) anche in caso di ritorno alla famiglia di origine e adozione o nuovo affido ad altra famiglia. Il giudice peraltro, nel decidere sul ritorno in famiglia, sull'adozione o sul nuovo affidamento dovrà ascoltare anche il minore.

Più poteri in tribunale
- Si ampliano i diritti degli affidatari: chi ha il minore in affido è legittimato a intervenire (c'è l'obbligo di convocazione a pena di nullità) in tutti i procedimenti civili in materia di responsabilità genitoriale, affidamento e adottabilità relativi al minore. È poi prevista la facoltà di presentare memorie nell'interesse del minore.

Adozione degli orfani
- Accanto ai parenti (fino al sesto grado) e alle persone legate da un rapporto stabile preesistente alla perdita dei genitori, anche l'affidatario potrà ora chiedere l'adozione di un orfano. In tal caso l'adozione è consentita anche alle coppie di fatto e alle persone singole.


LA TUA EX MOGLIE E' RICCA? NON SI RIDUCE IL MANTENIMENTO PER LA PROLE

 

La determinazione del contributo che per legge grava su ciascun genitore per il mantenimento, l'educazione e l'istruzione della prole non si fonda (a differenza di quanto avviene nella determinazione dell'assegno spettante al coniuge separato o divorziato) su una rigida comparazione della situazione patrimoniale di ciascun coniuge. 

Pertanto, le maggiori potenzialità economiche del genitore affidatario concorrono a garantire al minore un migliore soddisfacimento delle sue esigenze di vita, ma non comportano una proporzionale diminuzione del contributo posto a carico dell'altro genitore. 

 

Lo ha precisato la Corte d'Appello di Roma, con la recente sentenza n. 3213/2015, pronunciandosi sul gravame proposto da un uomo contro la sentenza del Tribunale che aveva disciplinato l'ammontare dell'assegno da lui dovuto per il mantenimento del figlio minore a seguito dell'intervenuta separazione personale dalla moglie. 

 

Il ricorrente lamenta l'eccessiva onerosità dell'assegno mensile posto a suo carico (1100 euro, oltre al 50% delle spese mediche, scolastiche, sportive e ricreative) considerando le cospicue condizioni reddituali della moglie.  

 

Inoltre, pur essendo entrambi i coniugi percettori di buon reddito (il marito quale dirigente medico e la moglie quale funzionaria ACI) l'appellante chiarisce che in costanza di convivenza la coppia conduceva un tenore di vita morigerato, limitandosi al godimento dei beni essenziali e senza concedersi alcuna spesa di tipo voluttuario. 

 

I giudici del gravame rigettano parzialmente le doglianze attoree, chiarendo che, secondo un principio costantemente affermato e che ora trova espressione nell'art. 316 bis c.c. (inserito dall'art. 40 dei D.lvo n. 1 54/2013), "I genitori devono adempiere i loro obblighi nei confronti dei figli in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la loro capacità di lavoro professionale o casalingo". 

Per tali ragioni il contributo determinato a carico del padre non può essere diminuito per il solo fatto che la madre ha comunque entrate sufficienti al mantenimento del minore, considerando che anche la Corte di Cassazione ha ribadito più volte che il contributo per il mantenimento del figlio non deriva da una rigida comparazione delle condizioni economiche dei coniugi (v. Cass. 2/8/2013 n. 18538, n. 1607/2007). 

 

Neppure rileva il fatto che all'epoca della separazione i due genitori erano soliti avere un tenore di vita modesto, poiché il giudizio di adeguatezza dei mezzi a disposizione del soggetto che richiede l'assegno deve essere riferito alle effettive potenzialità economiche dei coniugi e non a quello eventualmente più morigerato, frutto di tolleranza, imposizione o anche solo di accordo. 

 

Va altresì evidenziato che, nel contributo per il mantenimento del figlio deve essere considerata anche la compartecipazione alle spese generali (utenze, condominio, collaborazione domestica, etc.) compreso l'alloggio e l'organizzazione domestica che il genitore collocatario deve sostenere con incidenza prevalente, che non possono escludersi per i periodi nei quali il minore non è presente, sia perché il diritto - dovere dell'altro genitore di tenere i figli presso di sé per taluni periodi potrebbe non essere esercitato in concreto sia perché sarebbe estremamente difficile, in relazione ai periodi nei quali è previsto che i figli vadano a stare con il genitore non collocatario, eliminare le spese generali predette. 

 

Anche per le spese straordinarie va confermata la previsione del Tribunale, dovendo ritenersi escluse dal mantenimento ordinario, non solo le spese relative ad eventi assolutamente imprevedibili ed ipotetici, ma anche quelle che costituiscono esborsi prevedibili o addirittura certi, come, appunto, le spese scolastiche, le spese mediche, generiche o specialistiche, che rientrano nella normalità, anche solo per controlli periodici o di routine, e spese per attività sportive o ricreative.  

Per i giudici, inoltre, le spese che i coniugi dovranno concordare sono solo quelle straordinarie che coinvolgono decisioni di maggiore interesse (ad esempio l'iscrizione ad una scuola privata, l'iscrizione a più di una attività sportiva, gite scolastiche all'estero, etc.), mentre per le altre sarà sufficiente la previa documentazione.

 

Avv. Carlo Ioppoli - Presidente Avvocati Familiaristi Italiani


PARI REDDITO TRA I CONIUGI? NESSUN CONTRIBUTO PER L'AFFITTO

 

Il contributo per il pagamento dell’affitto stabilito in sede di separazione non va confermato al momento del divorzio se tra i coniugi vi è sostanziale parità da un punto di vista reddituale.

Della questione si è occupato il Tribunale di Genova che, con la sentenza numero 1107/2015 della quarta sezione civile, è stato chiamato a giudicare circa il divorzio di una coppia di coniugi.

Nel caso di specie, nell’ambito delle condizioni di separazione, in favore della donna era stato pattuito un contributo da parte dell’ex coniuge al pagamento dell’affitto della casa nella quale ella si era stabilita dopo la crisi con il marito.

In sede di divorzio, quindi, la donna aveva chiesto la conferma di questo contributo, ulteriore rispetto all’assegno di divorzio.

A tal proposito va precisato che il contributo in analisi deve essere tenuto distinto dall’assegno di separazione, con la conseguenza che l’istanza con la quale il coniuge beneficiario ne chiede la conferma non può essere considerata equiparabile alla richiesta di assegno di divorzio.

Il giudice, chiamato a confrontarsi con la questione, ha però deciso di non accontentare la donna: tra le parti, infatti, c’è ora una sostanziale equivalenza di redditi che non giustifica più il trattamento di particolare favore accordato originariamente alla ex moglie.

Questa, oltretutto, proprio in ragione del reddito che percepisce, giudicato dal Tribunale “adeguato”, non è in possesso neanche dei requisiti che legittimano il godimento dell’assegno di divorzio.

Il tenore di vita goduto durante il matrimonio può ben essere mantenuto dalla donna anche solo con quanto essa guadagna autonomamente, senza che in tal senso sia possibile richiedere un qualche contributo da parte dell’ex marito.

 

AVV. CARLO IOPPOLI  - ANFI - ASS.NE AVVOCATI FAMILIARISTI ITALIANI


NON DIRE A TUO FIGLIO CHE E' UN FANNULLONE SE NO RISCHI GROSSO

Dice "fannullone" al figlio: condannato al carcere (più 5mila euro di multa)"

 

RIMINI - Dice "fannullone" al figlio: il giudice lo condanna al carcere e a 5mila euro di multa. Succede in Emilia Romagna.

Lui è un ragazzino che invece che studiare preferiva passare lunghe ore incollato ai videogiochi tanto da venire bocciato per ben tre volte. Il padre, un pescatore 55enne, proprio non sopportava più quella situazione esasperante tanto che non mancava di rimproverare il ragazzino fino a quando l'uomo si è trovato una denuncia per i maltrattamenti psicologici al figlio minorenne. Una situazione paradossale che ha visto il padre costretto ad affrontare un processo per maltrattamenti in famiglia.

E' stato condannato a un anno e quattro mesi di reclusione e dovrà pure risarcire il proprio pargolo con un indennizzo da 5000 euro. A stabilirlo è stato il Tribunale di Rimini che ha ritenuto i comportamenti dell' uomo veri e propri maltrattamenti psicologici, punibili secondo l' articolo 572 del codice penale.

Il padre si è difeso raccontando di come il ragazzino passasse l'intera giornata davanti al computer che, in una occasione, è letteralmente volato dalla finestra per l'esasperazione del genitore. Il giudice ha ritenuto eccessivi i rimproveri del 55enne dal punto di vista verbale e l’ha condannato. Il figlio, adesso maggiorenne, l’aveva denunciato insieme a madre e due sorelle per maltrattamenti in famiglia ritenendo di essere stati vessati per anni dall’uomo. 

 

Al figlio il pescatore dovrà anche versare una provvisionale di 5mila euro. Dovrà, invece risarcire con 500 euro l’ex moglie essendo stato condannato ad altri due mesi di reclusione (anche in questo caso pena è stata sospesa) anche per aver lanciato pietre verso la finestra della sua abitazione sapendo che al suo interno c’era il suo nuovo compagno.


Parental alienation syndrome e accertamento della capacità genitoriale

 

La sindrome da alienazione parentale, c.d. PAS, denota un disturbo che coinvolge i figli minori “vittime” della conflittualità genitoriale in contesti di disgregazione del nucleo familiare.

A livello scientifico si dubita dell'esistenza di siffatta sindrome: a tal proposito è bene sottolineare come il Manuale diagnostico e statistico di disturbi mentali non riconosca la PAS come sindrome o malattia.

Tuttavia si deve senz'altro prendere atto che in taluni casi l'ingiustificato rifiuto di un minore di mantenere legami affettivi con uno dei genitori, a seguito della disgregazione della famiglia, sia da ricondurre alla condotta dell'altro genitore.

Alla luce di quanto detto è bene rilevare che occorre prescindere dal nomen del disturbo (se così può chiamarsi), essendo necessario soffermarsi sulla condotta altamente pregiudizievole tenuta da un genitore nei confronti del minore e volta a privare quest'ultimo del legame affettivo con l'altro genitore.

Il nostro sistema normativo riconosce al minore il c.d. diritto alla bigenitorialità: partendo dal piano sovranazionale è bene ricordare che il terzo comma dell’art. 24 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, sancisce il diritto del minore di intrattenere regolarmente relazioni personali e contatti diretti con i due genitori.

Un tale riconoscimento trae fondamento dall’esigenza primaria del minore ad essere cresciuto, istruito, mantenuto, educato ed assistito moralmente dai genitori.

Il diritto del minore al rapporto parentale con i genitori è un diritto essenziale del figlio che trova un limite esclusivamente nella contrarietà di siffatta relazione all’interesse del minore stesso.

A tal proposito l’art. 24 nel riconoscere il diritto del minore ad intrattenere un legame affettivo e relazione con entrambi i genitori, fa salvo il caso in cui ciò risulti contrario all’interesse del figlio.

Il diritto del minore alla genitorialità è altresì sancito dalla Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989, ratificata in Italia con L. 27 maggio 1991, n. 176.

Più specificamente l’art. 9 della Convenzione menzionata afferma che gli Stati parti vigilano affinchè il minore non sia separato dai suoi genitori contro la loro volontà a meno che le autorità competenti non decidano, sotto riserva di revisione giudiziaria e conformemente con le leggi di procedura applicabili, che tale separazione è in realtà necessaria nell’interesse preminente del fanciullo.

La norma in discorso precisa poi che una decisione in questo senso può essere necessaria in taluni casi particolari, ad esempio quando i genitori maltrattino i figli o li trascurino oppure se vivano separati ed una decisione debba essere presa riguardo al luogo di residenza del minore.

Nei casi sopra menzionati, è riconosciuta la possibilità a tutte le parti interessate di partecipare alle deliberazioni e di far conoscere le loro opinioni.

Il terzo comma dell’art. 9 sancisce il dovere per gli Stati parti di rispettare i diritti del minore separato da entrambi i genitori o da uno di essi, di intrattenere regolarmente rapporti personali e contatto diretti con entrambi i suoi genitori, a meno che ciò non sia contrario all’interesse del figlio stesso.

Per quanto concerne le disposizioni di diritto interno volte a disciplinare i diritti del figlio, deve anzitutto sottolinearsi che l’art. 30 della Carta Costituzionale sancisce il diritto ed il dovere dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio.

La norma, nel disciplinare i casi di incapacità dei genitori, afferma che la legge provvede a che siano assolti i loro compiti, assicurando così al minore adeguata tutela in relazione ai diritti allo stesso riconosciuti dall’ordinamento.

Procedendo all’esame della legislazione ordinaria, l’art. 315-bis riconosce al figlio il diritto di essere mantenuto, educato, istruito ed assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni.

I diritti sopra menzionati trovano fondamento nell’esigenza che sia assicurata al minore non solo un’assistenza materiale ma anche morale; l’assistenza morale più specificamente si sostanzia nel diritto del minore ad un legame affettivo e profondo con i propri genitori: a tal riguardo autorevole dottrina, ancor prima dell’intervento della Riforma della filiazione che ha introdotto l’art. 315-bis nel codice civile, aveva prospettato l’esistenza del diritto dei figli ad essere amati dai propri genitori.

Il secondo comma dell’art. 315-bis riconosce al figlio il diritto di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti.

La norma sopra indicata, trova fondamento nell’esigenza che sia assicurato al minore non solo il diritto di crescere all’interno della propria famiglia ma anche il diritto di mantenere rapporti continuativi e significativi con i propri parenti.

Affinchè sia soddisfatto l’interesse del minore sotteso ai diritti sopra menzionati, l’art. 316 c.c. attribuisce al genitore del minore la c.d. responsabilità genitoriale che è esercitata di comune accordo tenendo conto delle capacità, delle inclinazioni naturali e delle aspirazioni del figlio.

Per quanto concerne l'esercizio della responsabilità genitoriale a seguito di separazione, scioglimento, cessazione degli effetti civili del matrimonio ovvero all'esito di procedimenti relativi ai figli nati fuori dal matrimonio, il secondo comma dell'art. 337-ter c.c. sancisce la regola secondo la quale, al fine di  favorire il mantenimento da parte del minore di un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori e al fine di conservare rapporti significativi con i parenti di ciascun ramo genitoriale, l'autorità giudiziaria deve valutare prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori: ove non si possa disporre un affidamento condiviso, stabilisce a quale di essi i figli sono affidati. Il giudice determina altresì i tempi e le modalità della presenza dei figli presso ciascuno dei genitori, fissando la misura e il modo con cui il padre e la madre devono contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione e all’educazione dei figli.

È attribuito al giudice il potere di prendere atto degli accordi intervenuti tra i genitori, se non contrari all’interesse della prole.

Il terzo comma della disposizione in discorso sancisce la regola dell’esercizio congiunto della responsabilità genitoriale da parte dei genitori, prevedendo che le decisioni di maggiore interesse per i figli, relative all’istruzione, all’educazione, alla salute e alla scelta della residenza abituale del minore sono assunte di comune accordo, tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli. Nel caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice.

L'art. 337-quater riconosce al giudice il potere di disporre l'affidamento esclusivo dei figli a un solo genitore qualora ritenga con provvedimento motivato che l'affidamento all'altro sia contrario all'interesse del minore.

Dall’analisi dell’articolo in esame emerge la tutela del diritto del minore alla bigenitorialità. Già con la riforma attuata con l. 54/2006 - che ha attribuito all’affidamento condiviso il ruolo di regola generale, e ha relegato l’affidamento esclusivo del minore a uno solo dei genitori al ruolo di mera eccezione - il legislatore aveva provveduto ad adeguare il nostro ordinamento ai principi sanciti dalle fonti sovranazionali.

E' bene ora analizzare il caso in cui un genitore ostacoli il rapporto del minore con l'altro genitore, realizzando così la lesione di un diritto fondamentale del figlio.

A tal proposito si deve ricordare che il primo comma dell’art. 330 c.c. prende in considerazione la condotta pregiudizievole posta in essere dal genitore ed avente ad oggetto la violazione o il mancato adempimento o l’abuso dei doveri inerenti alla potestà genitoriale.

La disposizione poc’anzi citata riconosce difatti al giudice il potere, nei casi menzionati dalla stessa norma, di pronunciare la decadenza dalla responsabilità genitoriale del genitore inadempiente.

Nel caso di separazione, la condotta pregiudizievole che determini quale conseguenza la pronuncia di cui all’art. 330 c.c. dà luogo ad una situazione più grave rispetto a quella in presenza della quale il giudice è tenuto a disporre l’affidamento esclusivo.

Tale assunto ha alla base il riconoscimento, nei confronti del minore, nel caso di affidamento esclusivo, del diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con il genitore non affidatario, per quanto ciò risulti possibile.

Il genitore non affidatario conserva, poi, i doveri di cura, educazione ed istruzione nei confronti del figlio, essendo titolare della potestà genitoriale.

La decadenza dalla responsabilità genitoriale, pronunciata dal giudice nei confronti di un genitore o di entrambi i genitori, deve quindi ritenersi un istituto di carattere eccezionale, potendo trovare applicazione nel caso in cui la condotta del genitore rechi un grave pregiudizio al minore.

Viceversa, ai fini dell’applicazione dell’affidamento esclusivo, l’art. 337-ter c.c. richiede la contrarietà all’interesse del minore dell’affidamento condiviso e non anche un grave pregiudizio per minore causato da una condotta posta in essere dal genitore, come invece richiesto dal primo comma dell’art. 330 c.c.

La condotta del genitore volta a privare il minore del legame affettivo con l’altro genitore deve ritenersi non solo contraria all’interesse del minore ma gravemente pregiudizievole per la crescita dello stesso.

Tuttavia, ai fini di una pronuncia di decadenza dalla responsabilità genitoriale è necessario anzitutto l’accertamento circa la concreta sussistenza di un atteggiamento conflittuale del minore nei confronti dell’altro genitore. Non si può altresì prescindere dall’accertamento del nesso di causalità tra una siffatta ostilità e la condotta del genitore affidatario volta a denigrare la figura dell’altro genitore.

Seppur contestata a livello scientifico la c.d. “sindrome da alienazione parentale”, deve in ogni caso ritenersi rilevante, ai fini dell’applicazione dell’art. 330 c.c., la condotta altamente pregiudizievole sopra descritta, qualora risulti provata nel caso di specie.

E’ quindi necessario, per poter ottenere una pronuncia di decadenza dalla responsabilità genitoriale, l’accertamento rigoroso degli elementi poc’anzi esposti.

Deve, inoltre, sottolinearsi che il secondo comma dell’art. 709ter c.p.c. attribuisce al giudice che, nel caso di controversie insorte tra i genitori nell’esercizio della responsabilità genitoriale o delle modalità di affidamento, abbia riscontrato gravi inadempienze o atti che comunque arrechino pregiudizio al minore o ostacolino il corretto esercizio delle modalità di affidamento, il potere di modificare i provvedimenti in vigore.

In tal caso il giudice può ammonire il genitore inadempiente, disporre il risarcimento del danno a carico di quest’ultimo sia nei confronti del minore che dell’altro genitore e condannare lo stesso al pagamento di una sanzione amministrativa pecuniaria.

 

Il principio enunciato dalla Suprema Corte

 

La Corte di Cassazione, con riferimento alla Sindrome da alienazione parentale, ha ritenuto che “nei giudizi in cui sia stata esperita la c.t.u. medico-psichiatrica (nella specie, allo scopo di verificare le condizioni psicofisiche del minore e conclusasi con un accertamento diagnostico di sindrome da alienazione parentale), il giudice di merito, nell'aderire alle conclusioni dell'accertamento peritale, non può, ove all'elaborato siano state mosse specifiche e precise censure, limitarsi al mero richiamo alle conclusioni del consulente, ma è tenuto - sulla base delle proprie cognizioni scientifiche, ovvero avvalendosi di idonei esperti e ricorrendo anche alla comparazione statistica per casi clinici - a verificare il fondamento, sul piano scientifico, di una consulenza che presenti devianze dalla scienza medica ufficiale e che risulti, sullo stesso piano della validità scientifica, oggetto di plurime critiche e perplessità da parte del mondo accademico internazionale, dovendosi escludere la possibilità, in ambito giudiziario, di adottare soluzioni prive del necessario conforto scientifico e potenzialmente produttive di danni ancor più gravi di quelli che intendono scongiurare. I Giudici di legittimità hanno infine ritenuto di dover cassare con rinvio “la decisione dei giudici del merito che, nell'ambito di una controversia sull'affidamento del figlio minore, fondano la loro decisione di allontanamento dalla madre e affidamento al padre sulla base della sussistenza di una "sindrome da alienazione parentale" non esaminando le censure, specificamente proposte, sia in relazione alla validità, sul piano scientifico, di tale controversa patologia, sia in merito alla sua reale riscontrabilità nel minore ed in sua madre” ( Cass. Civ., 20 marzo 2013, n. 7041).

Deve, pertanto, concludersi che non può aver luogo una pronuncia di decadenza dalla responsabilità genitoriale nei confronti di un genitore sulla base di una sindrome la cui validità sia negata a livello scientifico.

Tale pronuncia non può in ogni caso essere esclusa qualora nel caso concreto sia effettivamente accertata una condotta altamente pregiudizievole tenuta da un genitore nei confronti del minore volta a privare quest’ultimo del legame affettivo con l’altro genitore.

Tale accertamento sarà raggiunto ogniqualvolta risulti un immotivato rifiuto del minore a conservare un legame con l’altro genitore e siffatto atteggiamento scaturisca da una provata condotta posta in essere dal genitore affidatario, sempre che risulti un grave pregiudizio per il minore stesso.

 

AVV. ALESSANDRA GATTO


La Mediazione Familiare, una prospettiva pedagogica

 

La mediazione familiare è un intervento professionale offerto alla coppia nel

momento in cui i due partner decidono di separarsi o hanno già attuato la rottura del

legame e necessitano di un tempo ed uno spazio appositi per pensare alla

riorganizzazione familiare e genitoriale; é una modalità alternativa di risoluzione del

conflitto basata sul principio di responsabilizzazione della coppia, nell'obiettivo di

farle compiere un percorso anche formativo. Si cerca infatti, non solo di risolvere un

problema, ma di apprendere anche dall'esperienza compiuta, uno stile relazionale

riproducibile in situazioni future.

Ciò che permette il buon esito della mediazione familiare è proprio la libertà che i

due partner, sotto la guida del mediatore, possono sperimentare per arrivare a definire

gli accordi più consoni per quella che è la loro situazione; l'imposizione di accordi da

parte di un terzo infatti, non aiuta a giungere a ciò che si vorrebbe realmente, perchè

si tratta di soluzioni pensate da una persona esterna che conosce solo in maniera

superficiale le dinamiche di quella famiglia; chi invece meglio dei genitori sa cosa è

realmente necessario per loro e per il benessere dei propri figli!? E allora diamo loro

fiducia, sosteniamoli in un momento così doloroso, proponendo loro la mediazione

familiare come strumento per riappropriarsi delle loro capacità genitoriali, quelle

capacità che dato il momento, fanno fatica a venir fuori ma che sono insite nel cuore

di ognuno di loro!

Proponendo alle coppie questo strumento diamo la possibilità ai bambini che sono

coinvolti di riprendere quello che è il loro ruolo, cioè il ruolo di bambini, spensierati e

sicuri di avere, nonostante la nuova strutturazione della famiglia, l'amore sincero di

entrambi i genitori, figure di riferimento necessarie per uno sviluppo armonico della

personalità del bambino.

La mediazione familiare credo rappresenti il futuro della società odierna, una società

in cui c'è poca attenzione nei confronti del prossimo, in cui l'altro è visto come il

nemico da distruggere.

E' in questo senso che la mediazione familiare può rappresentare lo strumento più

giusto per il domani, nell'ottica di giungere a pensare non al vincere dell'uno e al

perdere dell'altro, ma alla vittoria di entrambi “IO VINCO, TU VINCI”, dove la

vittoria può essere rappresentata dalla conquista della serenità dei figli, oppure

dall'acquisizione di una sana modalità comunicativa.

E' vero quello della mediazione familiare è ancora un ambito da conoscere e che deve

probabilmente ancora prendere piede, ma io credo fortemente nel suo valore e nella

sua forza, credo nella possibilità di far vivere le persone indossando occhiali diversi,

che permettono di vedere il conflitto come una risorsa che, per quanto dolorosa è in

grado di generare nuova vita, magari più sana di quella precedente.

 

Dr.ssa Chiara Pandolfi

Mediatrice Familiare

 

Pedagogista


NASCE ISPA, ISTITUTO DI STUDI PARLAMENTARI DELL'ANFI

 

L’ISPA nasce da un’idea del Dr. Rosselli del Turco in collaborazione con l’Avv. Carlo Ioppoli, Presidente dell'ANFI- Associazione Nazionale Avvocati Familiaristi Italiani - e si propone di stabilire un collegamento fra il Parlamento Italiano e i rappresentanti dei cittadini, creando una sinergia di lavoro, affinchè i cittadini possano esprimere direttamente le proprie esigenze relative alle riforme legislative concernenti la Famiglia e i Minori.

 

L'ISPA nasce per superare le lentezze e gli aspetti burocratici propri delle Commissioni Parlamentari, così che queste ultime abbiano un rapporto stretto e quotidiano con le reali esigenze degli italiani e, soprattutto, per avere un organismo snello e veloce per "accompagnare" le leggi in Parlamento.

 

L’Istituto si propone, quindi, di programmare degli incontri periodici fra i rappresentanti dei cittadini, accompagnati dai professionisti con competenza specifica nella materia familiare e minorile, ed i deputati e i senatori delle Commissioni Parlamentari, per proporre soluzioni legislative sui temi specifici dei diritti dei Minori, così che i parlamentari possano avere notizie di prima mano dal mondo reale e conoscere l'urgenza che la risoluzione di tali problemi, nella materia familiare e minorile, richiede.

 

Il cittadino sarà portatore dell’informazione dal territorio, e ciò per il  parlamentare comporterà il diritto/dovere di contribuire alla promulgazione di leggi, nella materia familiare e minorile, che siano il più possibile pertinenti ai problemi attuali e concreti del Paese.

 

Il nostro lavoro, quindi, ha la finalità di interrompere lo scollamento, oggi più che mai evidente, fra lo Stato e la gente comune, ed è volto al recupero di quel partito di maggioranza, oggi non in Parlamento, ovvero quel 40% circa di cittadini che oggi non si recano a votare.

 

Conoscersi personalmente intorno ad un tavolo significa voler attuare una democrazia diretta, reale e costante, per mezzo della quale il cittadino viene conosciuto dal parlamentare e viceversa.

 

La voce del legislatore, quindi, sarà veramente in tutte le case degli italiani e, attraverso i futuri incontri, saprà farsi apprezzare con i risultati concreti; il legislatore sarà riconosciuto dai cittadini perchè lavora non solo per loro, ma anche con loro.

 

L’Istituto dispone di Avvocati, Psicologi, Medici, Pedagogisti e di tutti gli Studiosi delle materie attinenti al Diritto della Famiglia e dei Minori in Italia, attingendo alla già consolidata Rete di Avvocati e Consulenti familiaristi dell'ANFI, ben ramificata in tutta Italia.

 

Si occuperà in particolare:

 

1                    Di creare occasioni di contatto fra i rappresentanti dei Cittadini e i Parlamentari

2                    Di tradurre in proposte di legge gli studi italiani ed europei sul Diritto della Famiglia e dei Minori

3                   Di tradurre in proposte di legge le linee guida esistenti dei professionisti preposti alla tutela della famiglia e                           dei minori

4                   Di Istituire corsi di formazione, con la supervisione dell'ANFI, per la creazione di nuove figure professionali di                        Avvocati, Psicologi Medici, Pedagogisti, Operatori e studiosi che lavorino per la Tutela dei Diritti dei Minori                             interfacciandosi con il Parlamento, i Media e con tutti gli Organi Istituzionali.

5                    Di formare nuovi quadri politici che accedano in Parlamento con una formazione di studio adeguata alla                                nuova politica di collaborazione e sinergia con i cittadini.

 

Il Direttore dell’Istituto ISPA

Dr. Massimo Rosselli del Turco

 

Il Presidente Nazionale dell’ANFI e Coordinatore dell' ISPA

 

Avv.Carlo Ioppoli


VERSO L'AFFIDAMENTO PARITARIO DEI MINORI

 

Esigenza di un cambiamento culturale. Jemolo, oltre sessant’anni fa, scrisse che la famiglia è “un’isola che è solo lambita dalle onde del mare del diritto”. Un insegnamento ancora così attuale e che dovrebbe mettere in guardia il Legislatore dal confezionare norme per la disgregazione dei nuclei familiari, forgiate senza valutarne le ricadute sul tessuto sociale. Attualmente, purtroppo, il corpus iuris deputato a regolare i conflitti familiari non può dirsi adatto a raggiungere gli scopi fondamentali presi di mira nel settore famiglia e minori. I Tribunali sono tuttora intasati da cause familiari; i minori sono tutt’oggi al centro dei conflitti e popolano le aule di Giustizia. Il momento di disgregazione della famiglia è vissuto in modo traumatico a livello personale e patrimoniale. Le attuali norme di Legge non scoraggiano il contenzioso ma, ahimè, rischiano di favorirlo. Si sente anche il bisogno di un mutamento culturale: il matrimonio è sacramento, per chi crede; è atto di amore, comunque per tutti; è, certamente, accordo per una vita comune. Eliminate le forti differenze di genere che animavano l’ordinamento e riaffermato il ruolo della donna nella società, è giunto il momento anche di re-investire sulla persona come tale e non in quanto membro di una famiglia, abbandonando l’ottica del “tenore di vita” da conservare una volta che il vincolo coniugale cessi di avere linfa vitale. Così responsabilizzare gli individui che scelgono una unione: “state attenti, perché se il matrimonio finirà, tornerete ad essere ciò che eravate. Per cui: investite su voi stessi; inseritevi nel mercato del lavoro, createvi una professione”. Basterebbe poco per iniettare una nuova linfa nel tessuto sociale e proiettarlo verso una nuova dimensione dei rapporti, in cui il tasso di litigiosità, di fatto, è fortemente abbattuto. Quali modifiche potrebbero essere opportune? Eccone alcune.

Eliminazione dell’istituto dell’addebito. Come noto, il superamento della separazione per colpa in favore della separazione per intollerabilità della convivenza ha indotto la giurisprudenza ad assegnare carattere eccezionale alla dichiarazione di addebito, sì che può pronunziarsi soltanto di fronte a inadempimenti colposi dei doveri coniugali di particolare gravità e sempre che abbiano determinato la dissoluzione della comunità familiare. Questo istituto, tuttavia, oggi non ha alcun senso. In primis, come noto, non è ostativo all’eventuale diritto a un assegno divorzile; in secundis, posto che ormai la pronuncia divorzile può essere richiesta con tempi rapidissimi (6 mesi o 1 anno, per effetto della l. 55 del 2015), ha anche perso una funzione concreta. Soprattutto, è stato foggiato allorché la giurisprudenza non ammetteva, in favore del coniuge, la tutela rimediale generale (artt. 2043, 2059 c.c.: v. Cass. civ., sentenza n. 9801 del 2005). E’ giunto il momento di ricondurre le violazioni coniugali dannose al loro esclusivo terreno: quello della responsabilità civile; in questo modo si evita che processi di separazione durino anni (e anni) solo per consentire ai coniugi di dare sfogo a tensioni ed emozioni con il mordente dell’addebito. Pertanto: nel caso in cui uno dei coniugi dovesse avere posto in essere una grave violazione dello statuto matrimoniale, causa della fine del vincolo e motivo certo di pregiudizio per il partner, quest’ultimo potrà presentare domanda risarcitoria ex art. 2043 c.c. Ad es., nel caso di comportamenti che abbiano provocato la lesione di diritti fondamentali e segnatamente l’integrità psico-fisica (Cass. civ. 610 del 2012). Sono, pertanto, assolutamente condivisibili quelle proposte di legge che (invero, sin dal 1990) mirano alla abrogazione dell’istituto dell’addebito (v. ad es., da ultimo, art. 31 del disegno di legge n. 1951 presentato nella Legislatura 14a; art. 30 del disegno di legge n. 1225 presentato nella Legislatura 15a), mediante rimozione integrale dell’art. 151 comma II del codice civile. Anche buona parte della Dottrina è favorevole alla espunzione definitiva di questo istituto, ormai desueto (tra i tanti: Balestra, Dogliotti).

Riscrittura delle norme in materia di assegno di mantenimento del coniuge. Andrebbe completamente riscritta la disciplina del mantenimento del coniuge cd. debole. Giova premettere che un nuovo regime che ponesse l’autonomia individuale al centro delle regole, intesa come valore primario, favorirebbe una generazione di soggetti indipendenti per i quali il matrimonio è (come dovrebbe essere) strumento di sviluppo della persona. Dovrebbe, in realtà, esistere un matrimonio tra “pari” in cui nessuno dei coniugi è debole; marito e moglie, semmai, sono solo diversi. In quest’ottica, alla fine del matrimonio, ciascuno dei coniugi dovrebbe tornare alla propria vita e l’eventuale istituto del mantenimento dovrebbe avere carattere del tutto eccezionale. Pertanto, dovrebbe stimarsi ammissibile un contributo dell’uno a favore dell’altra e viceversa, solo in presenza di provate circostanze peculiari. Si pensi ad alcuni casi molto particolari. Il primo: il caso in cui i coniugi abbiano espressamente scelto l’indirizzo della vita familiare, nel senso che l’una sarebbe rimasta a casa ad accudire i figli e l’altro avrebbe lavorato (o viceversa). Il secondo: il caso in cui, in costanza di unione, uno dei coniugi lavorasse per l’altro e, finita l’unione, sia cessato anche il rapporto di lavoro. Insomma: a ben vedere, trasformare l’assegno di mantenimento in istituto eccezionale “sganciato” dal tenore di vita e ricollegato a esigenze di tipo solidaristico, così assimilandolo all’assegno divorzile, quanto a scopo e funzione. L’eventuale coniuge in condizioni di grave disagio, peraltro, non resterebbe mai senza tutela: il codice prevede espressamente la disciplina degli alimenti. Una modifica del genere, per non ledere gli affidamenti incolpevoli ormai consolidati, potrebbe avere effetto solo per i matrimoni celebrati dopo l’entrata in vigore della riforma.

Affidamento paritario. Andrebbe pure riscritta la disciplina dell’affidamento dei figli. L’attuale regime provoca, sovente, dei conflitti animati da grandi tensioni che sfociano in azioni esecutive, penali, ordinarie, risarcitorie, restitutorie, etc. E la famiglia si distrugge. Sono ormai molte le condanne inflitte dalla Corte EDU all’Italia, proprio per le misure interne adottate per la tutela del minore oggetto del conflitto (v., in tempi recenti: Corte Edu, sentenza 20.1.2015, Manuello e Nevi c/ Italia). Occorrerebbe scoraggiare, il più possibile, l’esistenza di rapporti patrimoniali periodici tra i genitori così evitando che sulla relazione personale vadano ad incidere, negativamente, le questioni economiche. In linea di principio, pertanto l’eventuale assegno di mantenimento in moneta dovrebbe essere eccezionale, disposto nel caso in cui l’uno dei genitori non si sia attenuto alle disposizioni del giudice in merito alla partecipazione alle spese. Con ciò affermandosi, in linea di regola generale, il mantenimento diretto. Con una sintesi concettuale, potrebbe discorrersi di “affidamento paritario”: ognuno dei genitori condivide la responsabilità genitoriale con identici diritti e identici oneri.  Ciascuno dei genitori dovrebbe provvedere, dunque, al mantenimento dei figli per il tempo in cui sono insieme. Tenuto conto delle condizioni patrimoniali dei genitori, il giudice stabilirebbe la misura percentuale di partecipazione alle spese ordinarie e straordinarie e potrebbe porre a carico dell’uno il pagamento di costi periodici o fissi. Ad es.: disporre che il coniuge di maggior reddito, paghi interamente il mutuo o si accolli il canone di locazione; ancora: disporre che uno dei genitori paghi interamente le spese condominiali o le rette delle scuole; etc. Quanto al primo aspetto, il giudice potrebbe disporre che uno dei genitori sostenga i costi di abbigliamento, istruzione e salute al 70%. Queste dinamiche, da un lato favorirebbero il dialogo tra i genitori e dall’altro eviterebbero di legare i bambini all’assegno di mantenimento.

Processo. Andrebbero apportate delle modifiche processuali. Il rito della famiglia è, oggi, complesso, lungo, macchinoso e pieno di appendici scritte. Soprattutto: non è affatto snello. Sul punto, come noto, pende un progetto normativo di delega legislativa che mira a introdurre proprio delle correzioni. E’ auspicabile che questo progetto acceleri i procedimenti minorili e amplifichi il ruolo della mediazione familiare, eventualmente riconducendo benefici fiscali ai genitori che scelgono di intraprenderla prima del processo. De jure condendo, potrebbe stimarsi preferibile la trattazione monocratica di separazione e divorzio, riconducendo tutte le procedure al rito camerale, così creando omogeneità nei riti. Questa modifica, ovviamente, dovrebbe indurre a ripensare la competenza anche per tutte le altre azioni promosse in primo grado dinanzi al tribunale (v. artt. 337-bis e ss c.c.).

Conclusioni. Non è affatto detto che queste modifiche siano “giuste” o “migliori”: ma è certo che delle modifiche sono necessarie. Le famiglie sono il cuore di una società. E lo sono anche quando si disgregano; quando, ahimè, un bellissimo progetto di vita comune si è spento. In quel momento, dominato dalla tensione, dalla rabbia, dalla delusione, dalla tristezza, il processo dovrebbe essere un “passaggio veloce” e non anche un cantiere di provvedimenti che possono amplificare (piuttosto che ridurre) il conflitto.

 

ALLEGATO

 

Testo Attuale

 

 

Modifica proposta

Art. 151 codice civile

La separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio alla educazione della prole.

Il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio.

Art. 151 codice civile

La separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio alla educazione della prole.

Il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio.

Art. 156 codice civile

Il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall'altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri.

Omissis

Art. 156 codice civile

 

Il giudice, pronunziando la separazione, può eccezionalmente disporre l'obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell'altro un assegno quando quest'ultimo non ha mezzi adeguati per il proprio mantenimento o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive.

 

Omissis

Art. 337- ter.

 Provvedimenti riguardo ai figli.

Il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.

Per realizzare la finalità indicata dal primo comma, nei procedimenti di cui all'articolo 337-bis, il giudice adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all'interesse morale e materiale di essa. Valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori oppure stabilisce a quale di essi i figli sono affidati, determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore, fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all'istruzione e all'educazione dei figli.

Prende atto, se non contrari all'interesse dei figli, degli accordi intervenuti tra i genitori. Adotta ogni altro provvedimento relativo alla prole, ivi compreso, in caso di temporanea impossibilità di affidare il minore ad uno dei genitori, l'affidamento familiare. All'attuazione dei provvedimenti relativi all'affidamento della prole provvede il giudice del merito e, nel caso di affidamento familiare, anche d'ufficio. A tal fine copia del provvedimento di affidamento è trasmessa, a cura del pubblico ministero, al giudice tutelare.

La responsabilità genitoriale è esercitata da entrambi i genitori. Le decisioni di maggiore interesse per i figli relative all'istruzione, all'educazione, alla salute e alla scelta della residenza abituale del minore sono assunte di comune accordo tenendo conto delle capacità, dell'inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli. In caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice. Limitatamente alle decisioni su questioni di ordinaria amministrazione, il giudice può stabilire che i genitori esercitino la responsabilità genitoriale separatamente. Qualora il genitore non si attenga alle condizioni dettate, il giudice valuterà detto comportamento anche al fine della modifica delle modalità di affidamento.

Salvo accordi diversi liberamente sottoscritti dalle parti, ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito; il giudice stabilisce, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di proporzionalità, da determinare considerando:

 1) le attuali esigenze del figlio.

 2) il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori.

 3) i tempi di permanenza presso ciascun genitore.

 4) le risorse economiche di entrambi i genitori.

 5) la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

L'assegno è automaticamente adeguato agli indici ISTAT in difetto di altro parametro indicato dalle parti o dal giudice.

Ove le informazioni di carattere economico fornite dai genitori non risultino sufficientemente documentate, il giudice dispone un accertamento della polizia tributaria sui redditi e sui beni oggetto della contestazione, anche se intestati a soggetti diversi.

Art. 337- ter.

 Provvedimenti riguardo ai figli.

Il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.

Per realizzare la finalità indicata dal primo comma, nei procedimenti di cui all'articolo 337-bis, l’affidamento è, di regola, paritario salvo il giudice non provveda ai sensi dell’art. 337-quater. Ciascuno dei genitori deve provvedere al mantenimento dei figli per il tempo in cui sono insieme. Tenuto conto delle condizioni patrimoniali dei genitori e del regime di assegnazione della casa familiare, il giudice stabilisce la misura percentuale di partecipazione alle spese ordinarie e straordinarie e può porre a carico dell’uno il pagamento di costi periodici o fissi. Nel caso in cui uno dei genitori non si sia attenuto alle disposizioni giudiziali o si sia reso comunque inadempiente, il giudice può fissare a suo carico un assegno periodico in favore dell’altro, per le esigenze della prole.

 

Salvo diversi accordi dei genitori, i figli minori hanno diritto a trascorrere pari tempi di permanenza presso l’uno e l’altro genitore, a prescindere dalla residenza anagrafica coincidente, in genere, con la casa familiare. Il giudice, in difetto di accordo, regola i tempi di permanenza presso entrambe le figure genitoriali garantendo fine settimana alternati e periodi di vacanza divisi secondo il criterio dell’alternanza.

Il giudice prende atto, se non contrari all'interesse dei figli, degli accordi intervenuti tra i genitori. Adotta ogni altro provvedimento relativo alla prole, ivi compreso, in caso di temporanea impossibilità di affidare il minore ad uno dei genitori, l'affidamento familiare. All'attuazione dei provvedimenti relativi all'affidamento della prole provvede il giudice del merito e, nel caso di affidamento familiare, anche d'ufficio. A tal fine copia del provvedimento di affidamento è trasmessa, a cura del pubblico ministero, al giudice tutelare.

Il giudice del merito provvede alla esecuzione dei suoi provvedimenti avvalendosi dei servizi sociali e sanitari e della forza pubblica. Nel caso in cui uno dei genitori ostacoli i diritti dell’altro, può nominare, a spese del primo, un curatore speciale al minore e può anche provvedere, d’ufficio, ai sensi degli articoli 614-bis e 709-ter del codice di procedura civile.

La responsabilità genitoriale è esercitata da entrambi i genitori. Le decisioni di maggiore interesse per i figli relative all'istruzione, all'educazione, alla salute e alla scelta della residenza abituale del minore sono assunte di comune accordo tenendo conto delle capacità, dell'inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli. In caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice. Limitatamente alle decisioni su questioni di ordinaria amministrazione, il giudice può stabilire che i genitori esercitino la responsabilità genitoriale separatamente. Qualora il genitore non si attenga alle condizioni dettate, il giudice valuterà  detto comportamento anche al fine della modifica delle modalità di affidamento.

Salvo accordi diversi liberamente sottoscritti dalle parti, ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito; il giudice stabilisce, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di proporzionalità, da determinare considerando:

 1) le attuali esigenze del figlio.

 2) il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori.

 3) i tempi di permanenza presso ciascun genitore.

 4) le risorse economiche di entrambi i genitori.

 5) la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

 

L'assegno è automaticamente adeguato agli indici ISTAT in difetto di altro parametro indicato dalle parti o dal giudice.

Ove le informazioni di carattere economico fornite dai genitori non risultino sufficientemente documentate, il giudice può disporre un accertamento della polizia tributaria sui redditi e sui beni oggetto della contestazione, anche se intestati a soggetti diversi.

 

 

Procedimento in materia di famiglia

Proposta

 

Libro IV, Titolo II

Capo I: DELLA SEPARAZIONE E DEL DIVORZIO

Art. 706

(Forma della domanda)

La domanda di separazione personale si propone al tribunale del luogo dell'ultima residenza comune dei coniugi oppure, in mancanza, del luogo in cui il coniuge convenuto ha residenza o domicilio. La domanda di divorzio si propone al tribunale del luogo in cui il coniuge convenuto ha residenza o domicilio. Qualora il coniuge convenuto sia residente all'estero, o risulti irreperibile, la domanda si propone al tribunale del luogo di residenza o di domicilio del ricorrente, e, se anche questi è residente all'estero, a qualunque tribunale della Repubblica.

La domanda si propone con ricorso che deve contenere i requisiti di cui all’art. 125. Nel ricorso deve essere indicata l'esistenza di figli di entrambi i coniugi. Il ricorso e la memoria del resistente devono contenere, a pena di decadenza, le richieste dei mezzi di prova.

Si applica il procedimento camerale ex art. 737 c.p.c. e il tribunale decide in composizione monocratica. Al ricorso e alla memoria difensiva sono allegate le ultime tre dichiarazioni dei redditi presentate. Il giudice, letto il ricorso, fissa con decreto l’udienza e assegna al ricorrente termine per notificare al resistente l’atto introduttivo del giudizio e il provvedimento giudiziale. Concede pure al resistente il termine per la sua costituzione in giudizio. In casi di estrema urgenza, il giudice può assumere provvedimenti inaudita altera parte.

Art. 707.

(Comparizione personale delle parti)

I coniugi debbono comparire personalmente davanti al giudice con l'assistenza del difensore.

Se il ricorrente non si presenta o rinuncia, la domanda non ha effetto.

Se non si presenta il coniuge convenuto, il giudice può fissare un nuovo giorno per la comparizione, ordinando che la notificazione del ricorso e del decreto gli sia rinnovata.

Art. 708.

(Tentativo di conciliazione e provvedimenti del giudice)

All'udienza di comparizione il giudice deve sentire i coniugi, tentandone la conciliazione.

Se i coniugi si conciliano, il giudice fa redigere il processo verbale della conciliazione.

Se la conciliazione non riesce, il giudice definisce il procedimento.

Nel caso in cui il giudice non ritenga la causa matura per la decisione, emette, anche d’ufficio, pronuncia non definitiva relativa alla separazione o al divorzio, avverso la quale è ammessa soltanto impugnazione immediata che è deciso in camera di consiglio. Con la medesima pronuncia, il giudice emette pure i provvedimenti temporanei e urgenti che reputa opportuni nell'interesse della prole e dei coniugi e provvede per l’ulteriore corso del procedimento.

 

Contro i provvedimenti di cui al secondo comma si può proporre reclamo con ricorso alla corte d'appello che si pronuncia in camera di consiglio. Il reclamo deve essere proposto nel termine perentorio di dieci giorni dalla notificazione del provvedimento.


CASSAZIONE BLOCCA PSICOTERAPIA PER I GENITORI SEPARATI

 

I giudici non possono prescrivere psicoterapie alle coppie che si lasciano in modo burrascoso e percorsi di sostegno alla genitorialità da seguire insieme: simili prescrizioni violano il “diritto alla libertà personale costituzionalmente garantito” e aggirano il divieto di imporre “trattamenti sanitari”. Lo ha stabilito la Cassazione, con la sentenza 13506/15, che mette al bando l'adozione di simili prescrizioni ormai molto frequenti da parte dei magistrati che tentano così di ridurre la conflittualità tra 'ex'.

Esprimendo questo orientamento, la Cassazione ha accolto il ricorso di un papà di Firenze, Luigi M., che si era lasciato ai ferri corti con la convivente Gabriela B., dalla quale nel 2006 aveva avuto un figlio. Il Tribunale e poi la Corte di Appello avevano stabilito l'affido condiviso del bambino collocandolo presso il padre e regolando le modalità di incontro con la madre, ed erano stati prescritti “interventi di sostegno, orientamento e controllo mirati alla diminuzione del conflitto genitoriale”. Per 'curare' “l'immaturità della coppia genitoriale, ancora troppo coinvolta nel conflitto personale” i giudici avevano prescritto ai due ex conviventi, da sempre molto litigiosi, “di sottoporsi ad un percorso psicoterapeutico individuale e a un percorso di sostengo alla genitorialità da seguire insieme”. Proprio contro questa prescrizione, Luigi ha fatto ricorso alla Suprema Corte.

Per la Cassazione - che gli ha dato ragione - “tale prescrizione, pur volendo ritenere che non imponga un vero obbligo a carico delle parti, comunque le condiziona ad effettuare un percorso psicoterapeutico individuale e di coppia confliggendo così con l'art. 32 della Costituzione”. Ad avviso degli 'ermellini' disporre queste 'cura' “esula dai poteri del giudice investito della controversia sull'affidamento dei minori anche se viene disposta con la finalità del superamento di una condizione, rilevata dal Ctu, di immaturità della coppia genitoriale che impedisce un reciproco rispetto dei rispettivi ruoli”.

“La prescrizione di un percorso terapeutico ai genitori - secondo i supremi giudici - è connotata da una finalità estranea al giudizio quale quella di realizzare una maturazione personale dei genitori che non può che rimanere affidata al loro diritto di autodeterminazione”. Insomma c'è anche il diritto a restare immaturi. L'unica cosa che possono fare i giudici nei casi difficili come questo - caratterizzati da rancori insuperabili - è disporre il monitoraggio dei servizi sociali “che si giustifica in quanto strettamente collegato all'osservazione del minore e al sostegno dei genitori nel concreto esercizio della responsabilità genitoriale”, conclude la Suprema Corte. Così è stato cassato il decreto impugnato da Luigi M. e revocata la “prescrizione ai genitori di sottoporsi ad un percorso psicoterapeutico individuale e di sostegno alla genitorialità da seguire insieme”.

 

 

AVV. CARLO IOPPOLI - PRESIDENTE ANFI - ASSOCIAZIONE AVVOCATI FAMILIARISTI ITALIANI


IMPEDISCI LE FREQUENTAZIONI TRA I FIGLI E IL PADRE? VERRAI SANZIONATA

 

La Suprema Corte di Cassazione, con la Sentenza n. 3810/2015, basandosi sul principio che viene sanzionato il genitore che ostacola il diritto visita al figlio da parte dell’altro coniuge, ha respinto il ricorso proposto da una madre che era stata condannata al pagamento di mille euro, per aver ostacolato il diritto dell’ex marito a far visita alle figlie minorenni.

Il Tribunale civile di Messina nel pronunciare la separazione personale dei coniugi, aveva previsto l’affido congiunto delle figlie minorenni, fissando la domiciliazione presso la madre. Inoltre, in considerazione dei rapporti non armoniosi tra i due coniugi, ai sensi dell’art. 709 ter c.p.c. “ ammoniva  entrambe le parti ad agevolare il rapporto delle bambine con l’altro genitore, scongiurando atteggiamenti che potessero ostacolare il corretto svolgimento delle modalità del loro affidamento”.

In Appello, la Corte aveva accertato che l’ex moglie aveva ostacolato in più occasioni il diritto di visita alle figlie dell’ex coniuge, pertanto, condannava la donna al pagamento di mille euro in favore della Cassa delle ammende con «funzione disincentivante rispetto alla commissione di ulteriori violazioni».

 

 

AVV. CARLO IOPPOLI - PRESIDENTE AVVOCATI FAMILIARISTI ITALIANI


PRIMI CASI DI NO DEL PM ALLA NEGOZIAZIONE ASSISTITA

(Tribunale di Torino, Sezione Settima Civile, Sentenza del 15 gennaio 2015)

 

L'interessante Sentenza del Tribunale di Torino, approfondisce in via operativa, il tema del "mancato placet" del PM, rispetto al contenuto di un Accordo, raggiunto a seguito di Negoziazione Assistita, in materia di famiglia che, giusta la legge 162/14, abbia seguito la via della de-giurisdizionalizzazione.

In prima battuta, riprendendo il forte richiamo alla competenza ed alla responsabilità professionale come dote più che mai necessaria, in capo agli Avvocati che si apprestano a seguire con la loro opera i coniugi, guidandoli nel percorso di negoziazione assistita, che si trae dalla Relazione di accompagno alla Legge nr. 162/14, non possiamo non sottolineare come, in questo specifico caso, dalla lettura della sentenza si evinca la esistenza di una grossolana mancanza che, seguendo il racconto della Dottoressa Michela Tamagnone (Presidente della sezione che si occupa della famiglia presso il Tribunale Torinese) che di fatto ha costretto il PM a non prestare la propria "autorizzazione".

Nel caso de quo ci troviamo, come ci segnala il richiamo ad una Autorizzazione, in presenza di un Accordo raggiunto a seguito di una Negoziazione Assistita, che doveva specificamente regolare anche gli obblighi genitoriali in favore dei figli bisognosi di tutela, come previsto, ad abundantiam, anche dalla norma che ha introdotto la via della De-giurisdizionalizzazione !

Non v'è chi non veda, quindi, come l'Ufficio del PM abbia in concreto rilevato, rifiutando l'autorizzazione, una grave "omissione del contenuto" dello stesso accordo: le parti, pur assistite dai rispettivi due legali, si sono "dimenticate" di regolare la misura e le modalità del contributo al mantenimento sulle stesse gravante, ex lege, rispetto al comune figlio maggiorenne, ma ancora non autosufficiente sotto l'aspetto economico.

È per altro evidente come, ove il medesimo accordo, avesse preso la via giurisdizionale venendo presentato come Ricorso per la Separazione Consensuale con richiesta della relativa Omologa, il Presidente del Tribunale di Torino si sarebbe, ovviamente, dovuto opporre, nel corso della udienza presidenziale, rilevando la mancanza di ogni previsione, per il soddisfacimento dell'onere, esistente in capo ad entrambi i genitori, di "contribuire al mantenimento del comune figlio".

V'è da dire che, nello svolgersi dell'udienza presidenziale, l'ipotizzata omissione si sarebbe potuta correggere, come spesso accade quando rispetto al contenuto del Ricorso consensuale l'opera del presidente, interviene, con il beneplacito delle parti presenti, a specificare meglio alcuni aspetti dell'accordo, da sottoporre alla successiva omologa.

Al contrario l'iter dell'Accordo raggiunto nell'ambito della de-giurisdizionalizzazione non consente alcun "correttivo", potendo il passaggio presso l'ufficio del PM consentire solo due esiti: il rilascio o il non rilascio del placet.

La mancata previsione di un "elemento essenziale" nell'Accordo separativo ed il conseguente mancato rilascio dell'autorizzazione del PM ha, in ogni caso, il pregio di aver generato uno dei primi "pronunciamenti" in merito al percorso che si dovrà seguire nel caso di un Accordo separativo che "non abbia" l'autorizzazione del PM.

I principi ermeneutici affermati dal Tribunale di Torino, intervengono infatti ad illustrare sia la natura della "Autorizzazione", sia il successivo "iter procedimentale" che può immaginarsi come necessario in forza del dettato normativo.

In merito al primo aspetto, l'Autorizzazione di un Accordo separativo, scaturito da una negoziazione assistita, è un vero e proprio nuovo istituto, "una fattispecie di nuova creazione, integralmente alternativa al procedimento giurisdizionale" dice espressamente la sentenza.

Tale precisazione non è di poco conto, perché con il deposito dell'accordo i due coniugi per il tramite dei rispettivi avvocati, non hanno inteso formulare alcuna domanda alla Giurisdizione, ma anzi, si sono limitate a chiedere all'Ufficio Affari Civili del Pubblico Ministero, la sola "evasione" della procedura di rilascio, concorrendone i requisiti di legge, del nulla osta o dell'autorizzazione.

Pertanto, nel caso in cui il PM rilevi la mancanza di un "requisito minimo dell'accordo" che, ex lege, debba ritenersi essenziale, lo stesso ha l'obbligo di "non rilasciare" la richiesta autorizzazione e di rimettere gli atti al Presidente del Tribunale per i successivi adempimenti.

Non di meno il "deposito" dell'atto, presso l'ufficio Affari Civili del PM per l'attività dell'Ufficio, mai potrà conferire a quella documentazione, la valenza di una "domanda" introduttiva di una "istanza alla giurisdizione".

La sentenza di Torino, nell'evidente necessità di dover dare un "senso concreto" alla previsione normativa (art. 6, II co.) per la quale dopo aver ricevuto l'accordo bocciato il Presidente "… fissa entro i successivi trenta giorni, la comparizione delle parti e provvede senza ritardo" ha dovuto affrontare la genericità della disposizione rilevando, correttamente, come questa sollevasse "non pochi dubbi interpretativi" e questo sia in relazione all'organo avanti al quale detta udienza deve tenersi, sia in relazione al contenuto del "provvede senza ritardo" previsto per la successiva attività giurisdizionale.

Quanto all'organo si è osservato, con molta attenzione, come a seconda del contenuto dell'accordo, sia diverso l'organo giurisdizionale cui la domanda deve essere posta seguendo l'iter del codice di rito: questo perché gli Accordi separativi che si raggiungono a seguito di una negoziazione assistita, quando abbiano a regolare una consensuale hanno il loro omologo giurisdizionale in un Ricorso per la separazione consensuale che viene trattato in comparizione dal Presidente del Tribunale: diversamente dagli Accordi per la modifica delle condizioni o di quelli che vogliano regolare la cessazione degli effetti civili del matrimonio, domande giudiziali per le quali: "la comparizione è fissata dal Tribunale in composizione collegiale".

Per altro, come nota felicemente l'estensore della Sentenza in commento, non è affatto possibile ritenere come "a seguito della mancata autorizzazione del PM" l'Accordo si possa trasformare, sic et simpliciter, in una "domanda giurisdizionale" cui idealmente potrebbe far seguito il tipo del provvedimento, previsto dal codice di rito (omologa, sentenza di cessazione o decreto ex art. 710 – nel caso delle modifiche) per evadere una domanda di giustizia per le fattispecie regolate dall'art. 6 della legge nr. 162/14, e comunque non può sottacersi come per ottenere una delle pronunce giurisdizionali prima citate debba intervenire una "richiesta di parte" nel rispetto di tutte le norme sul principio della formalizzazione di un istanza alla Giurisdizione.

Diversamente ci si troverebbe al cospetto di un "mostro" giuridico per il quale l'accordo de-giurisdizionalizzato, in mancanza del placet del PM, darebbe ingresso, ex se, ad una procedura giurisdizionale, che si concludesse poi, pur in assenza di domanda, con uno dei provvedimenti previsti dall'ordinamento: Omologa, sentenza o decreto di modifica.

L'interpretazione corretta del dettato normativo può dunque essere quella che, in forza del riconoscimento all'Accordo (raggiunto a seguito di negoziazione assistita) della dignità di una nuova fattispecie, assolutamente innovativa rispetto al panorama esistente, l'iter da seguire sia così prospettabile: trasmesso l'accordo non munito del placet al Presidente questi fissi udienza, consentendo peraltro alle parti – così da permettere alle stesse di non aderire supinamente ai rilievi dell'Ufficio del PM e quindi di poter introdurre delle modifiche sostanziali all'Accordo depositato – di formalizzare una specifica istanza in tal senso, che quindi andrà discussa all'udienza fissata.

Osserva il Tribunale di Torino come, ove le parti non abbiano depositato alcun ricorso "integrativo" dell'Accordo e le stesse "comparendo davanti al Presidente dichiarino di aderire pienamente ai rilievi effettuati dal PM, l'accordo potrà essere autorizzato dal Presidente (di conseguenza restando nell'alveo della de-giurisdizionalizzazione di cui alla L.162/14)".

Al contrario, ove le parti abbiano integrato, giusto lo specifico provvedimento di fissazione dell'udienza per la comparizione delle parti, l'originario Accordo - non autorizzato- con una domanda giudiziale, nel rispetto dei canoni procedurali, ben si potrà considerare il primitivo accordo "rinunciato" con l'archiviazione del relativo fascicolo e la contestuale discussione, nella medesima udienza, del "nuovo" procedimento, iscritto al ruolo giusta la domanda "giurisidizionale" correttamente formulata, così potendo provvedere "senza indugio" nel merito, con il successivo passaggio della relativa pronuncia, avanti al PM per gli adempimenti normativi previsti dalla via ordinaria.

 

 

AVV. CARLO IOPPOLI - PRESIDENTE AVVOCATI FAMILIARISTI ITALIANI


RICOSTITUITA SEZIONE REGIONALE ANFI PUGLIA

 

Si è ricostituita il 27.04.2015 la sezione ANFI PUGLIA.  Sono sette i professionisti che hanno dato vita, nella sede di San Pietro Vernotico, la nuova associazione: Paolo Maci, Iolanda Valente, Paola Maggio e Rosamaria Rizzato, avvocati, Stefania Ancora, praticante avvocato e mediatrice familiare, Giusy Scazzi, praticante avvocato e Anna Lucia Rapanà, psicologa. Presidente èstato designato l’avv. Paolo Maci, cassazionista, cultore di Diritto Costituzionale nell’Universitàdel Salento, Vicepresidente Avv. Iolanda Valente del Foro di Bari, segretaria la dott.sa Giusy Scazzi e tesoriera la dott.sa Stefania Ancora. Nella prossima riunione organizzativa si provvederàad individuare gli ambiti di responsabilitàtecnica e scientifica dei componenti del direttivo.

La sezione regionale ANFI PUGLIA partirà subito con il tesseramento e  la pianificazione di una serie di iniziative volte ad approfondire le tematiche relative alla famiglia e alle dinamiche che la regolano sia dal punto di vista normativo e giurisdizionale sia dal punto di vista psicologico e della mediazione.

 

Avv. Paolo Maci  - Presidente ANFI PUGLIA

ANFI PUGLIA

Direttivo:

Paolo Maci, avvocato, Presidente

Iolanda Valente, Vicepresidente

Giusy Scazzi, prat. Avvocato,  segretaria

Stefania Ancora, prat. Avvocato e mediatrice familiare, tesoriera,

Rosamaria Rizzato, avvocato

Paola Maggio, avvocato

Anna Lucia Rapanà, psicologa

 

Sede: via Lecce 52, San Pietro Vernotico (BR)

tel e fax: 0831 094182‬

Cell: 3887737307

Mail: anfisezionepuglia@gmail.com

 

                                                                          


SEPARIAMOCI BENE       

 

La pratica collaborativa è un'alternativa extra giudiziaria al processo di separazione, divorzio o di affidamento e mantenimento dei figli naturali per limitare lo stress, i costi e l'imprevedibilità tipica della situazione giurisdizionale.

Si tratta di un procedimento multidisciplinare che vede l'interazione contemporanea di avvocati, psicologi e commercialisti tutti uniti nella ricerca delle migliori soluzioni per la coppia che intende porre fine alla propria unione coniugale.

L'equipe collaborativa assisterà le parti usando strategie di " problem solving" per ridurre o eliminare le aree di disaccordo, allo scopo di pervenire ad una soluzione del problema.

La pratica collaborativa portata a compimento con successo culmina nella redazione di un ricorso congiunto da presentare in Tribunale per l'omologa contenente la decisione prese in condivisione nell'ambito del procedimento stragiudiziale.

La pratica collaborativa opera anche nelle separazioni conflittuali aprendo nuovamente un canale di comunicazione ormai chiuso da tempo per le ragioni più diverse.

L'indubbio vantaggio sta nel fatto che il processo collaborativo, avvenendo al di fuori dei Tribunali negli studi degli avvocati " collaborativi" ha una durata limitatissima.

Altro vantaggio è la possibilità di trovare soluzioni condivise tra diversi professionisti esperti della materia e le parti stesse che un tribunale, anche se volendo, non potrebbe mai nemmeno pro porre

Regola fondamentale del processo collaborativo è il rispetto tra le parti e la conseguente aggressione reciproca o verbale pone fine alla pratica collaborativa.