RISPOSTA DEL PRESIDENTE DEGLI AVVOCATI FAMILIARISTI ITALIANI,

AVV. CARLO IOPPOLI, ALL'AIAF SULLE LINEE GUIDA DEL TRIBUNALE DI BRINDISI

In sostanza il comunicato stampa dell’AIAF imputa alle linee guida del Tribunale di Brindisi, tre violazioni di legge:
a) Abrogazione del diritto alla conservazione dell’habitat domestico;
b) La divisione dei minori in due, come fossero spicchi di un’arancia;
c) Abrogazione del diritto dei figli a non seguire le conseguenze economiche della separazione dei genitori;

Sulla prima censura alle Linee guida osserviamo, in via preliminare, che non si tratta di un diritto sancito da norma di legge, ma di un diritto nascente dall’elaborazione giurisprudenziale.
La quale dovrebbe adeguarsi alle problematiche effettive, reali, che affliggono i figli di coniugi separati.
Va innanzitutto considerato che parlare di un habitat domestico nei tempi in cui viviamo, equivale a non considerare che attualmente i figli minori di genitori separati hanno ben più di due habitat domestici, e non solo due, come invece prevedono le linee guida.
Le quali, stabilendo che i minori “saranno domiciliati presso entrambi i genitori”, sostanzialmente prevedono due habitat domestici, e non s’intende pertanto perché i due domicili del minore, che altro non sono o diverranno habitat domestici, dovrebbero costituire per il minore un danno.
E’ infatti noto a chi di famiglia e minori si occupa, che oggi un minore di appena due anni, vive in tre habitat domestici:
1) il primo è la residenza anagrafica, nel quale in genere vivono i genitori che lavorano e molto poco i figli che, assenti i genitori lavoratori ed essendo in tenera età , vengono affidati ad altri soggetti che vivono in habitat diversi dalla residenza anagrafica del minore; 2) ad esempio vengono affidati ai nonni materni, per metà giornata, e ai nonni paterni per l’altra metà della giornata.
Sicchè al primo habitat se ne aggiungono altri due, dei nonni materni e dei nonni paterni.
Posso assicurare che un tale figlio minore ritiene tutti e tre come suoi habitat domestici, senza alcuna differenza tra i tre.
Si vuol significare che oggi l’habitat domestico nella sua accezione originaria ed in quella voluta dalla legge, melius dalla giurisprudenza ormai superata, non esiste più perché la mobilità è dato di fatto che viene vissuto dai minori sin dalla nascita e che si va sempre più radicando sia come platea di figli che ne usufruiscono, sia come intensità.
I figli, piccoli o grandi che siano, vivono fuori casa, presso strutture destinate all’infanzia o con persone che se ne occupano in altri e disparati habitat; non parliamo poi di quei giovani che anche prima di raggiungere la maggiore età vivono all’estero.
In conclusione l’habitat domestico è figura, peraltro giurisprudenziale, sempre più evanescente e della quale sarà sempre più difficile precisare i termini ed i confini.
Un concetto, insomma superato, frutto di quell’altro errore della nostra pratica giudiziaria, che si bea del cosiddetto affido condiviso che condiviso non è perché, col domicilio cosiddetto prevalente, diviene un affido esclusivo, così apertamente violando il diritto dei minori ad intrattenere rapporti con entrambi i genitori, come vedremo esaminando l’altra censura che l’AIAF muove alle linee guida.
In un tale contesto è quindi necessario far valere, e non prevalere, come dice l’AIAF, le ragioni della proprietà e non quelle di un coniuge sull’altro, in odio a qualunque ordinario principio di uguaglianza e di equità.
2) Venendo poi alla divisione dei figli come spicchi di una arancia, a dire dell’AIAF, bisognerà intendersi sul significato dei termini: se per arancia intendiamo la famiglia che con la separazione viene sbucciata , allora una volta sbucciata, l’arancia perde tutti gli spicchi, cioè genitori e figli, che quindi si dividono in forza della separazione.
Naturalmente stiamo celiando, per dimostrare che l’esempio è del tutto fuori luogo.
Non è affatto calzante perché ad attuare una divisione dei figli non sono le provvidenziali linee guida del Tribunale di Brindisi, bensì l’attuale normativa e soprattutto l’attuale pratica giudiziaria che, con il (collocamento) o domicilio prevalente opera, questo si, una grave divisione dei figli da uno dei due genitori.
I quali, invece, hanno entrambi il diritto di mantenere rapporti coi figli, e non possono tollerare che l’uno stia con i figli e l’altro funga solo da bancomat per l’altro genitore più che per i figli.
3) Sulla terza censura, la pretesa violazione del diritto dei figli a non subire le conseguenze economiche della separazione dei genitori, rileviamo subito che l’affermazione non è supportata da processo logico minimale.
Invero, se i figli devono mantenere un rapporto equilibrato e continuo con ciascuno dei genitori, ricevendo pari cura ed istruzione da entrambi, risulta evidente che i figli minori debbano, per avere un simile rapporto con entrambi i genitori, frequentarli nella stessa misura, o comunque trascorrere tempi più o meno uguali presso il padre e la madre.
Ne consegue che il mantenimento dovrà consistere nell’assumere parte dei compiti di cura e accudimento dei figli, quindi si avrà il cosiddetto mantenimento diretto dei figli e la conseguente sparizione del mantenimento indiretto attraverso l’assegno.

 


 

 

assegno divorzile| 11 Gennaio 2017

La durata del matrimonio non è tutto, neanche in tema di assegno divorzile

A seguito della cessazione degli effetti civili del matrimonio, molte controversie rivolgono attorno all’assegno divorzile. In questo caso la Corte di Cassazione si esprime sulla domanda, rigettata in primo e secondo grado, avanzata dall’ex marito, il quale richiede il riconoscimento del proprio diritto all’assegno mensile e critica la valutazione del giudice d’appello interamente basata sulla durata del matrimonio appena conclusosi. 

 

 

 

Così si è espressa la Corte di Cassazione con la sentenza n. 275/17 depositata il 10 gennaio.

 

Il caso. A seguito della cessazione degli effetti civili del matrimonio, l’ex marito appellava la sentenza che lo condannava a corrispondere un assegno di mantenimento mensile. La Corte d’appello rigettava, confermando la sentenza impugnata. Ricorreva quindi in Cassazione l’appellante, domandando da una parte che fosse l’ex moglie a corrispondere a lui l’assegno, e, dall’altra, lamentando che il giudice di seconde cure non avesse considerato il contributo dato alla conduzione familiare alla luce dell’art. 5 della legge sul divorzio.

 

La durata del matrimonio. La Corte di Cassazione ribadisce come il presupposto del riconoscimento dell’assegno di divorzio è che «il richiedente non abbia redditi adeguati e non sia in grado di procurarseli per ragioni oggettive». Ma il giudice della sentenza impugnata si è focalizzato su un unico dettaglio: la durata del matrimonio. Quest’ultima costituisce sicuramente un dato importante, ma solo ai fini della successiva quantificazione dell’assegno divorzile. Nel caso di specie la Corte di merito ha escluso il diritto dell’ex marito poggiando la propria argomentazione solo sulla durata del matrimonio. E pur essendo vero che vi sono sentenze di Cassazione (quale la sentenza n. 6164/15 ) che ammettono «l’esclusione dell’assegno in casi eccezionali di divorzio brevissimo (pochi giorni o pochi mesi di convivenza)», persino in quelle il criterio della durata del matrimonio attiene alla quantificazione dell’ammontare dovuto, non al diritto all’assegno. Per questo motivo il ricorso è da accogliere e la sentenza da cassare.

 

L’inadeguatezza e astrattezza dei criteri utilizzati. Secondo la Corte, infine, la definizione della summenzionata inadeguatezza dei redditi, non essendo meglio definita dall’art. 5, è rimessa a diversi criteri di valutazione.
Secondo un primo criterio, collegata «al tenore di vita goduto durante la convivenza» o in costanza di matrimonio. Sia larga parte della dottrina che parte della giurisprudenza, però, ritengono questo criterio «inadeguato e astratto […] ed eccessivamente sanzionatorio per l’obbligato».
Un altro criterio utilizzabile, ad esempio, potrebbe essere quello dell’autosufficienza economica dell’avente diritto.

AVV. CARLO IOPPOLI - PRESIDENTE AVVOCATI FAMILIARISTI ITALIANI

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FAMIGLIA e SUCCESSIONI

 

 

divorzio | 07 Settembre 2016

 

Se la parte è malata di mente, il ricorso per divorzio deve esser presentato dal curatore speciale

 

 

 

La mancata proposizione del ricorso per la cessazione degli effetti civili del matrimonio da parte di un curatore speciale a tal fine nominato e la proposizione di tale domanda da un tutore provvisorio o amministratore di sostegno rendono la domanda stessa improponibile.

Quanto sopra è stato affermato dal Tribunale di Caltanissetta nella sentenza resa il 18 maggio 2016 e pubblicata il 13 giugno 2016.

 

Il caso. Due coniugi, di cui uno malato di mente, depositavano ricorso congiunto con cui chiedevano la cessazione degli effetti civili del matrimonio da loro contratto. Stante la malattia del marito, qualche mese prima dell’introduzione del giudizio, la figlia delle parti era stata nominata tutrice e così autorizzata dal Giudice Tutelare a condurre le trattative per l’accordo di divorzio congiunto. Nelle more del procedimento era stato anche presentato ricorso per l’interdizione del coniuge, ricorso che, tuttavia, era stato rigettato con la conseguenza che la figlia veniva nominata amministratrice provvisoria di sostegno del padre. Il coniuge malato di mente, pertanto, stava in giudizio per mezzo del suo amministratore di sostegno.

 

L’amministrazione di sostegno. Tuttavia, nel provvedimento di nomina, tra gli atti che l’amministratore poteva compiere non vi era la facoltà di presentare domanda introduttiva del giudizio di divorzio né lo svolgimento di atti personalissimi, quali quelli attinenti allo status coniugale.

 

Il curatore speciale. Non essendo stato dichiarato legalmente incapace il coniuge malato di mente, ma anzi la domanda di interdizione era stata rigettata, i giudici di merito ritengono che il ricorso avrebbe dovuto esser preceduto dalla nomina di un curatore speciale sia per consentire alla parte di costituirsi nel giudizio contenzioso sia per proporre un ricorso congiunto.

Il conflitto di interessi. Nel caso di specie, stante la previsione tra le condizioni di divorzio di un contributo al mantenimento posto a carico del genitore rappresentato in favore della figlia amministratrice, le due figure, amministratore di sostegno e curatore speciale, non potranno coincidere e la nomina del curatore speciale potrà esser solo sollecitata dall’amministratrice

AVV. CARLO IOPPOLI - Presidente degli Avvocati Familiaristi Italiani

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FAMIGLIA e SUCCESSIONI

separazione | 09 Giugno 2016

Lei via di casa e due mesi dopo comincia il giudizio di separazione: nessun addebito per la donna

Il dato temporale smentisce la visione prospettata dall’uomo e finalizzata a sostenere la responsabilità della moglie per la crisi coniugale. Secondo i giudici l’allontanamento della donna dalla casa coniugale si è concretizzato quando la crisi della coppia era irreversibile.

 

Decisione drastica: lei si lascia la porta di casa alle spalle, e abbandona lì il marito. Appena due mesi dopo comincia in Tribunale il giudizio per la separazione della coppia.
Tale dato temporale è decisivo. Esso spinge i giudici a ritenere che la donna, col suo gesto, ha semplicemente preso atto della rottura irreversibile nel rapporto col compagno. Ciò porta ad escludere, quindi, che la crisi della coppia sia stata frutto di quella fuga (Cassazione, ordinanza n. 11785/2016, Sezione Sesta Civile, depositata ieri).

Fuga. Udienza dopo udienza, la battaglia giudiziaria ha un esito sempre più negativo per l’uomo. In primo grado, una volta ufficializzata la «separazione», essa viene ricondotta ai comportamenti della moglie, ritenuta responsabile per la rottura della coppia. In secondo grado, invece, viene revocata la «dichiarazione di addebito» e il marito viene obbligato a versare «un assegno mensile di mantenimento» – «800 euro», per la precisione – alla consorte.
A chiudere il cerchio provvede ora la Cassazione, confermando la decisione assunta in Appello.
Secondo i magistrati è risibile ipotizzare che la fuga messa in atto dalla donna abbia dato il ‘la’ alla crisi definitiva del rapporto coniugale.
Su questo punto viene posto in evidenza un dato: la moglie è andata via di casa il 12 settembre, e il «giudizio di separazione» è cominciato il 10 novembre. Ciò spinge i giudici ad affermare che l’«allontanamento dal domicilio coniugale» compiuto dalla donna si è concretizzato «quando la frattura col marito era già apparsa irreversibile».

AVV. CARLO IOPPOLI - PRESIDENTE ASSOCIAZIONE DEI FAMILIARISTI ITALIANI

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FAMIGLIA e SUCCESSIONI

SEPARAZIONE | 26 Aprile 2016

«Scusa amore ... ho sbagliato» (ma mi puoi addebitare la separazione)

 

  La Cassazione ha avuto modo di pronunciarsi su una fattispecie che può dirsi ricorrente specialmente nel giudizio di separazione personale dei coniugi.

   

Lo ha fatto con la sentenza del 22 aprile 2016, n. 8149.

 

L'ipotesi è quella della produzione in giudizio di un carteggio. Più o meno risalente nel tempo – nel quale uno dei due coniugi si rivolge all'altro scusandosi di qualche comportamento che, verosimilmente, aveva dato luogo a qualche forma di reazione dell'altro (e minato la “pace familiare”).

 

Scusa ho sbagliato... E così, nel caso di specie, era accaduto che il coniuge avesse chiesto di addebitare la fine del matrimonio all'altro coniuge invocando, in funzione confessoria, alcune lettere che l'altro gli aveva scritto durante il matrimonio.
Si trattava di lettere contenenti “autocritiche” nei quali l'altro coniuge “confessava” (o “riconosceva”) di aver sbagliato ovvero di essersi comportato in modo un po' sgarbato.

 

… non è una confessione... Per la Suprema Corte, però, il giudice di merito aveva operato correttamente la valutazione dei fatti e delle prove escludendo l'addebito richiesto.
In fondo, quelle lettere «non attestano alcun fatto violativo di doveri coniugali trattandosi di autocritiche (essere stati sgarbati o aver avuto un comportamento sbagliato) compiuto in un contesto riservato e con riferimento a una relazione quale quella matrimoniale in cui abitualmente il comportamento dei coniugi esprime luci ed ombre».
In ogni caso, poi, occorre ricordare che per la costante giurisprudenza di legittimità «nel giudizio di separazione personale dei coniugi, ed al fine della addebitabilità della separazione, vertendosi in materia di diritti indisponibili, le ammissioni di una parte non possono assumere valore di confessione in senso stretto, a norma dell'art. 2730 cod. civ., ma possono essere utilizzate - unitamente ad altri elementi probatori - quali presunzioni ed indizi liberamente valutabili, sempre che esprimano non opinioni o giudizi o stati d'animo personali, ma fatti obiettivi, suscettibili, in quanto tali, di essere valutati giuridicamente come indice della violazione di specifici doveri coniugali» (cfr., ex multis, Cass., n. 22786/2004).
Peraltro, nel caso di specie «essersi assunti la responsabilità della separazione [non] può significare aver riconosciuto un comportamento violativo dei doveri coniugali tale da aver reso intollerabile la prosecuzione della relazione coniugale stessa».
L'unico significato attribuibile a quell'espressione non può essere altro che quello di «assunzione della scelta di interrompere il legame coniugale il che equivale all'esercizio di una libertà fondamentale quale quella di autodeterminarsi nella conduzione della propria vita familiare e personale».
In altri casi, poi, la Corte di Cassazione ha ritenuto – in conformità a quanto deciso in questa decisione – che la lettera del marito con la quale lo stesso dichiarava di “non essere stato un bravo marito” più che una confessione (che aveva determinato l'addebito all'uomo) dovesse essere letta (anche alla luce delle altre risultanze) come «il tentativo del marito di recuperare un rapporto in crisi».

AVVOCATO CARLO IOPPOLI - AVVOCATO CASSAZIONISTA E PRESIDENTE DEGLI AVVOCATI FAMILIARISTI ITALIANI

mail: associazionefamiliaristi@gmail.com


FAMIGLIA e SUCCESSIONI

affidamento minori | 11 Aprile 2016

Affidamento e pas: il giudice deve accertarne la veridicita'

 

In tema di affidamento dei minori, qualora un genitore denunci comportamenti dell'altro, affidatario o collocatario, di allontanamento morale e materiale del figlio da sé, indicati come significativi di una pas, ai fini della modifica delle modalità di affidamento, il giudice di merito è tenuto ad accertare la veridicità in fatto dei suddetti comportamenti, utilizzando i comuni mezzi di prova, tipici e specifici della materia, incluse le presunzioni, e a motivare adeguatamente, tenuto conto che tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche a capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l'altro genitore, a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e serena.

E’ quanto affermato dalla Corte di Cassazione, con la sentenza n. 6919/2016, depositata l’8 aprile.

Il fatto. A seguito dell'interruzione della convivenza genitoriale, avvenuta quando la madre lasciò con la figlia la casa familiare, il Tribunale dei minorenni disposte l'affidamento condiviso ai genitori, con collocamento prevalente presso la madre della minore, con contestuale incarico ai servizi sociali di monitorare la situazione.
Con successivo decreto, tenuto conto dell'atteggiamento della figlia di rifiuto del padre, il Tribunale vietò a quest'ultimo di frequentarla e prescrisse alla figlia un percorso psicoterapeutico finalizzato a far riprendere i rapporti con il padre e invitò i genitori a rivolgersi ai servizi psico-sociali per ricevere un sostegno nello svolgimento dei compiti genitoriali.
Con ulteriore successivo decreto, avverso le istanze del padre con il quale deduceva l'esistenza di una sindrome di alienazione genitoriale determinata dalla campagna di denigrazione posta in essere dalla madre nei suoi confronti, il Tribunale confermava la precedente pronuncia e respingeva la richiesta del padre di nuovi accertamenti peritali.
Avverso tale ultimo decreto, il padre proponeva reclamo insistendo sulla necessità di nuove indagini peritali affinché queste facessero luce sulle ragioni dell'ostilità manifestata dalla figlia nei suoi confronti e affiché il giudice assumesse, alla luce di tali ragioni, dei provvedimenti che favorissero la ripresa dei suoi rapporti con la minore.
La Corte d'Appello confermava l'affido condiviso e nel resto confermava, nuovamente, il decreto impugnato.
Il padre ricorreva, quindi, in Cassazione la quale accoglieva il motivo principale, ovvero riconosceva la necessità di verificare in concreto l'esistenza di atteggiamenti riconducibili ad una pas, e cassava la sentenza, rinviandola ad altra sezione della Corte d'Appello per un nuovo esame.

Il giudice di merito è tenuto a verificare l'esistenza di una pas. A prescindere dal giudizio in astratto sulla validità o invalidità scientifica della patologia di sindrome da alienazione parentale, il giudice di merito, quando chiamato a pronunciarsi sull'affidamento o su una modifica delle stesso, è tenuto ad accertare in concreto la veridicità dei comportamenti denunciati dal genitore denigrato qualora quest'ultimo segnali degli atteggiamenti, di per sé significativi della suddetta sindrome, che possano pregiudicare la sua relazione con il figlio e il suo diritto alla bigenitorialità.
Infatti, l'affidamento del figlio minorenne implica un diritto effettivo e concreto di visita del genitore presso il quale il minore non sia collocato. Tant'è che, l'assenza di collaborazione tra i genitori in conflitto e talora l'atteggiamento ostile del genitore collocatario nei confronti dell'altro genitore comporta una grave violazione del diritto del figlio al rispetto della vita familiare e obbliga il Giudicante interpellato a ricercare ogni mezzo efficace al fine di garantire il diritto del minore di frequentare adeguatamente e tempestivamente entrambi i genitori.
Inoltre, come sottolineato dalla Suprema Corte, nel valutare l'affidamento e relative modifiche, il giudice dovrà anche considerare che, tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l'altro genitore, in quanto è solo tramite queste relazioni che si può garantire il diritto del minore alla bigenitorialità e ad una sua crescita serena ed armoniosa.

AVV. CARLO IOPPOLI

mail: associazionefamiliaristi@gmail.com


FAMIGLIA e SUCCESSIONI

affidamento minori| 10 Marzo 2016

 

Affidamento esclusivo al padre e collocazione temporanea presso il centro di accoglienza

 

Il principio di bigenitoriaità e il correlato affidamento dei figli ad entrambi i genitori è la prima soluzione che il giudice deve valutare nel caso di separazione della coppia, potendo, invece, disporsi l'affidamento esclusivo solo qualora l'affidamento condiviso contrasti con l'interesse dei figli.

 

Lo ha affermato la Corte d’appello di Catanzaro con il decreto depositata il 18 dicembre 2015.

Accesa conflittualità giudiziaria dei conviventi e comportamenti volti a distruggere la figura paterna. Nel corso del procedimento di cessazione della convivenza more uxorio si è verificata tra i genitori un'accesa conflittualità giudiziale, caratterizzata da reciproche istanze volte a far decadere la responsabilità genitoriale e, addirittura, da denunce alla Procura della Repubblica per presunte molestie sessuali nei confronti dei figli.
Le risultanze processuali civili e penali, così come la CTU e le relazioni dei servizi sociali, hanno in realtà delineato un diverso scenario, ove i figli apparivano fortemente influenzati dalla madre e non liberi di esprimere il loro desiderio di incontrare il padre e di riallacciare un sereno rapporto con lo stesso.
In particolare è emerso che la madre avrebbe operato sui figli un condizionamento psicologico teso a distruggere la figura paterna, ha altresì ostacolato in ogni modo un sano sviluppo e mantenimento della relazione genitore - figli, messo costantemente in discussione l'autorità e il ruolo del padre, in particolare dopo aver allacciato una nuova relazione sentimentale, e avuto dei comportamenti del tutto sprezzanti delle pronunce giudiziali e delle soluzioni adottate dal Tribunale; a differenza del padre che, invece, di volta in volta, ha rispettato le indicazioni consigliate dagli operatori nel corso del giudizio.
Considerato tutto quanto sopra, il Tribunale ha ritenuto che, pur non sussistendo elementi idonei ad una pronuncia di decadenza della potestà genitoriale relativamente alla madre, in quanto si è sempre occupata degnamente dei figli, al di là del rapporto con il padre, la stessa non era in grado di esercitare la responsabilità genitoriale unitamente al padre e, dato il suo atteggiamento di ostilità e denigratorio della figura paterna, si rendeva necessario, al fine del ripristino di un sano coinvolgimento affettivo con entrambi i genitori, una collocazione temporanea dei minori presso un centro di accoglienza e l'affidamento esclusivo dei bambini al padre con successivo collocazione prevalente presso il medesimo.

Pronuncia giudiziale nell'esclusivo interesse dei minori. Il Tribunale, nell'esclusivo interesse dei figli, ha innanzitutto escluso l'affidamento congiunto dei genitori e, nella prospettiva di recuperare il rapporto affettivo dei minori verso il padre, la cui figura era stata completamente allineata dalla madre con forti condizionamenti psicologici, ha disposto, anche andando oltre a quelle che erano le istanze dei conviventi, un collocamento in via temporanea ad un centro di accoglienza, ritenendo che quest'ultimo fosse lo strumento più adeguato a recuperare gradualmente la relazione con il genitore.
Quindi, benchè la forma di affidamento da preferire sia sempre quella condivisa, qualora la conflittualità dei genitori sia elevata al punto tale da pregiudicare un sano rapporto affettivo e relazionale e vi sia, come nel caso di specie, anche un'incapacità di gestire la responsabilità congiuntamente, il Tribunale, nell'esclusivo interesse dei figli, deve adottare tutte le soluzioni che reputa più idonee a garantire il diritto alla bigenitorialità, prevedendo, se necessario, non solo forme di affidamento differenti rispetto a quella condivisa, ma anche prevedendo dei percorsi, come il collocamento temporaneo presso centri di accoglienza che, accogliendo i bambini in ambiente neutrale, agevolino la transizione verso la nuova forma di affidamento e il recupero del rapporto relazionale affettivo con il genitore denigrato.

AVV. CARLO IOPPOLI - PRESIDENTE AVVOCATI FAMILIARISTI ITALIANI


 

FAMIGLIA e SUCCESSIONI

 

 

La domanda di risarcimento del danno endofamiliare può essere presentata nell’ambito del giudizio di separazione?

 

 

 

  La tutela rimediale (es. addebito) prevista dal diritto di famiglia non esclude o limita la tutela risarcitoria (es. 2059 c.c.): ma resta il dubbio interpretativo relativo alla coesistenza delle due domande, nello stesso processo.

Coniuge e Persona. E’ oramai pacifico che i singoli componenti della famiglia conservano le loro essenziali connotazioni e ricevono riconoscimento e tutela, prima ancora che come coniugi o genitori e figli, come persone, in adesione al disposto dell’articolo 2 Costituzione, che nel riconoscere e garantire i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo che nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità delinea un sistema pluralistico ispirato al rispetto di tutte le aggregazioni sociali nelle quali la personalità di ogni individuo si esprime e si sviluppa (Cass. civ., sez. I, sentenza 20 maggio 2005 n. 9801). Ne discende che anche la persona del coniuge può ottenere tutela risarcitoria generale – e non solo tipica rimediale – nel caso in cui situazioni giuridiche soggettive fondamentali di cui titolare vegano ad essere strappate dalla condotta (colposa o dolosa) del partner. Entro questa cornice, si colloca la rilevanza della violazione dell’obbligo di fedeltà: trattasi di impegno globale di devozione, che presuppone una comunione spirituale tra i coniugi, volto a garantire e consolidare l’armonia interna tra essi (in tale ambito, la fedeltà sessuale è soltanto un aspetto, ma sicuramente, rilevante). La sua violazione, da un lato può generare l’addebito della separazione – se sia stata proprio questa violazione a causare l’intollerabilità della convivenza – e dall’altro può costituire l’eziogenesi di una pretesa risarcitoria – ove si dimostri che l'infedeltà, per le sue modalità e in relazione alla specificità della fattispecie, abbia dato luogo a lesione della salute del coniuge (lesione che dovrà essere dimostrata anche sotto il profilo del nesso di causalità). Ovvero ove l'infedeltà per le sue modalità abbia trasmodato in comportamenti che, oltrepassando i limiti dell'offesa di per sé insita nella violazione dell'obbligo in questione, si siano concretizzati in atti specificamente lesivi della dignità della persona, costituente bene costituzionalmente protetto (Cass. civ., sez. I, 18853/2011). Tanto ribadisce la pronuncia della Suprema Corte dell’1° giugno 2012 n. 8862. E’ opportuno, poi, ricordare, che le due azioni sono indipendenti ed autonome e non sussiste alcuna pregiudizialità tra addebito e risarcimento (v. la già citata pronuncia n. 18853 del 2011).
Questioni processuali: ammissibile il cumulo? Ma l’azione di risarcimento del danno (ex artt. 2043, 2059 c.c.) può essere proposta nel giudizio di separazione, eventualmente unitamente alla domanda di addebito (ex art. 151, comma I, c.c.)? Giova ricordare che il rito della separazione soggiorna nell’ambito dei procedimenti speciali trattandosi di modulo processuale diversificato rispetto al rito ordinario (v. art. 709-bis c.p.c.). Si deve constatare, pertanto, che l’azione di addebito e l’azione di risarcimento del danno soggiacciono a riti procedimentali differenti. E’ possibile il cumulo? In linea di principio, secondo un costume pretorile ampiamente condiviso, nel giudizio di separazione personale dei coniugi, la trattazione congiunta di entrambe le cause con il rito ordinario (causa di separazione e causa ordinaria), ammessa dall'art. 40, terzo comma, c.p.c. riguarda solo le ipotesi di connessione qualificata di cui agli artt. 31, 32, 34, 35 e 36, e non anche le ipotesi di cui agli artt. 33 e 104, in cui il cumulo delle domande dipende solo dalla volontà delle parti (Cass. civ., 29 gennaio 2010 n. 2155). La giurisprudenza del Tribunale di Milano si è, pertanto, in genere, pronunciata in senso contrario al cumulo tra risarcimento e addebito (v. Tribunale di Milano, Sez. IX civ., 20 marzo 2009, n. 3862; Tribunale di Milano, Sez. IX civ., 11 marzo 2009, n. 3318). Secondo l’orientamento milanese, è inammissibile la domanda proposta nel procedimento di separazione personale, volta a ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale. La tesi in esame muove dal presupposto che l’art. 40 c.p.c. stabilisce la possibilità del cumulo nello stesso processo di domande connesse soggette a riti diversi solo in presenza di ipotesi qualificate di connessione. In particolare il comma 3 della richiamata norma disciplina la trattazione congiunta nei casi previsti dagli artt. 31, 32, 34, 35 e 36 e prevede la trattazione con rito ordinario, salva l’applicazione del rito speciale in caso di controversia di lavoro o previdenziale. La tesi in commento conclude, pertanto, affermando che è esclusa la proposizione di domande connesse soggettivamente ex art. 33 o ai sensi degli artt. 103 e 104 c.p.c. e soggette a riti diversi; di conseguenza si reputa esclusa la possibilità di un simultaneus processus nell’ambito dell’azione di separazione – soggetta al rito speciale – con quella di scioglimento della comunione, restituzione di beni,  pagamento di somme o risarcimento del danno – soggetta al rito ordinario, «trattandosi di domande non legate dal vincolo della connessione, ma del tutto autonome e distinte dalla domanda principale» (v. Trib. Milano, Sez. IX civ., 10 febbraio 2009, n. 1767). Il filone ‘milanese’ è seguito anche dagli altri giudici del distretto (v. Trib. Monza, sentenza 1 dicembre 2008, n. 3270: «non è ammissibile, nell’ambito del giudizio di separazione tra coniugi, la domanda di risarcimento danni ex art. 2043 c.c.»; v. Trib. Varese, sez. I civ., sentenza  4 gennaio 2012: nel processo di separazione, è esclusa la possibilità di un simultaneus processus nell’ambito dell’azione di separazione – soggetta al rito speciale – con quella di risarcimento del danno – soggetta al rito ordinario, trattandosi di domande non legate dal vincolo della connessione, ma del tutto autonome e distinte dalla domanda principale. Di contrario avviso è quella giurisprudenza che, invece, sostiene l’ammissibilità del cumulo tra domanda di addebito e domanda di risarcimento. In particolare, secondo la giurisprudenza romana (v. Corte App. Roma 12 maggio 2010 in Resp. civ. e prev., 2012, 12, 866), «è ammissibile la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale, proposta in un giudizio di separazione, allorché la richiesta risarcitoria sia fondata sulla denunciata violazione dei doveri derivanti dal matrimonio e sul richiesto addebito della separazione per la condotta del marito». La recente decisione della Suprema Corte, qui in commento, sembra convalidare l’ultimo orientamento. Secondo i giudici della Prima Sezione possono (…) sicuramente coesistere pronuncia di addebito e risarcimento del danno, considerati i presupposti, i caratteri, le finalità, radicalmente differenti. L’affermata coesistenza (nella stessa sentenza) di una decisione sull’addebito e una decisione sul risarcimento, implicitamente impone il simultaneus processus, anche se nel caso deciso, la questione dell’ammissibilità del cumulo non era sub iudice poiché mai sollevata ed affrontata nei gradi di merito. In realtà, l’adesione all’uno o all’altro modulo processuale è idoneo ad incidere sui tempi di definizione del giudizio di separazione: il thema decidendum è, infatti, morfologicamente ed ontologicamente diverso.
Non è ovviamente esatto affermare che accertati i presupposti per l’addebito sussistono quelli per il risarcimento o viceversa. Nell’un caso la prova volge lo sguardo al rapporto causale tra la violazione di un obbligo nascente dal matrimonio e la disgregazione della famiglia; nel secondo caso, la prova si dirige verso l’esistenza di un danno che si ponga in rapporto causale rispetto ad una condotta dolosa o colposa di uno dei coniugi. Si vuol dire che l’ingresso della domanda risarcitoria, nel giudizio di separazione, può potenzialmente allungare i tempi di definizione della lite familiare, tempi che l’introduzione del rito speciale aveva proprio il fine di contenere. Né varrebbe citare la decisione parziale sulla sola separazione, poiché ciò che causa danno alla famiglia disgregata ed ai minori coinvolti è, in generale, il fatto che i genitori (o meri coniugi) continuino ad assumere le vesti formali dei litiganti, l’uno contro l’altro, nel gioco delle parti processuali (attore e convenuto). D’altro canto, il principio del giusto processo (111 Cost.) suggerirebbe di evitare la proliferazioni di più giudizi (separati e tra le stesse parti) in favore di un unico processo, gestito in tempi celeri. Ma quivi la soluzione è già vitale e legislativa e risiede nell’art. 40 c.p.c. di cui si è detto.

AVV. CARLO IOPPOLI - PRESIDENTE AVVOCATI FAMILIARISTI ITALIANI

mail: associazionefamiliaristi@gmail.com


 

IL PICCOLO GIOSUÈ, UCCISO DALLA MAMMA:UNA VITTIMA DELLA BIGENITORIALITÀ NEGATA

 

Martedì 16 Febbraio 2016, 10:50

di Carlo Ioppoli

Il triste evento della madre di Macerata, che ha ucciso il proprio figlio e si è suicidata, secondo alcuni sarebbe frutto della pervicace volontà della madre, durante la separazione dal marito, di non fargli vedere più il figlio. Se così fosse, avremmo assistito ancora una volta all’ennesima tragedia scatenata dalla negazione del diritto alla bigenitorialità, del diritto di entrambi i genitori a partecipare alla formazione del minore. Non è stato ancora compreso da alcune madri che il figlio non resta sempre nel grembo della madre, non è una costola della madre, ma il frutto dell’amore di entrambi, di madre e padre. Quindi non si è voluto intendere che il minore è persona terza rispetto ai due genitori, che hanno il dovere di considerarlo come un soggetto  autonomo, come un autonomo componente della famiglia, cui si deve non solo amore, ma soprattutto rispetto, che poi dell’amore è l’espressione più alta. L’infelice madre che avrebbe preferito togliere la vita al figlio ed a se stessa, al fine di non consentire  al padre di frequentarlo, di tenerlo, sia pure per determinati e limitati giorni, e di godere quindi dell’amore del figlio, esprime non certo amore materno, ma  l’assoluta assenza di bigenitorialità e di condivisione. Carlo Ioppoli
Avvocato del Foro di Roma e Presidente Avvocati Familiaristi Italiani   

LINK:  http://www.leggo.it/news/italia/giosu_ucciso_mamma_vittima_bigenitorialit_negata-1554741.html


L'AMPUTAZIONE DELLA FIGURA GENITORIALE PATERNA A SEGUITO DELLA FRATTURA DELLA FAMIGLIA

 

 

Sono sempre più frequenti i casi di tragedie familiari che hanno come protagonisti, in negativo, i padri.

La cronaca quotidiana, purtroppo, ci fornisce in continuazione tristi esempi di padri che, schiacciati dal peso economico e affettivo di una separazione o di un divorzio, sono costretti a vivere in condizioni di degrado o, addirittura, arrivano a compiere gesti estremi  di autolesionismo o a danno della ex compagna e del nucleo familiare.

Mi sono sempre chiesto perchè tali episodi siano in continuo aumento; la mia esperienza professionale mi ha fornito, sia pure parzialmente, una risposta.

Ho infatti constatato che la figura paterna, nel corso di una separazione o di un divorzio, viene aprioristicamente messa in discussione, sul banco degli imputati: quasi che ogni affermazione proveniente dalla ex moglie o compagna fosse verosimile e dovesse trovare il padre subito pronto e capace a discolparsi.

Ciò non avviene a parti inverse, poichè i Giudici della famiglia tendono, generalmente, a fornire una sorta di salvacondotto alle donne.

Così è avvenuto, ad esempio, nel caso in cui una donna accusava il compagno di essere dipendente dall'alcool: per mia esperienza professionale, ho constatato che il padre ha dovuto subito sottoporsi ad accertamenti presso il Sert, mentre in caso di accusa analoga nei confronti di una donna non si è proceduto nello stesso modo, giudicando irrilevanti le accuse provenienti dalla figura paterna.

Naturalmente, questo è solo uno dei casi che mi permetto di citare, ma si potrebbe dire lo stesso per le violenze intrafamiliari e per altri fenomeni che si verificano di sovente in caso di separazione o divorzio; a mio modesto parere, è necessario un maggior coraggio, da parte della Magistratura che si occupa di famiglia e minori, nel prendere decisioni che garantiscano un'equità di trattamento, e ciò soprattutto nell'interesse dei minori coinvolti.

Anche i padri devono sentirsi giustamente creduti e tutelati dalla magistratura, e, purtroppo, ad oggi, così non è, derivandone quindi un sentimento di generale sfiducia.

Su tale diffuso sentimento di sfiducia nei confronti della Magistratura, da parte dei padri separati, penso che gli stessi magistrati che si occupano di diritto di famiglia debbano interrogarsi, per porre anche un argine alle tragedie che si verificano a seguito talora di decisioni discutibili e che non hanno tenuto nella giusta considerazione le legittime aspettative della figura paterna.

L'auspicio qui manifestato non è motivato, ovviamente, dal parteggiare peri padri o per le madri; nè si vuol dire che le violenze possano essere giustificate da inadeguatezze o errori giudiziari.

Semplicemente, si vuole evidenziare su quali settori critici del sistema di tutela sociale e/o giudiziaria sia legittimo e doveroso intervenire, proprio per evitare che da storture nascano fatti aberranti.

 

Avv. Carlo Ioppoli

Presidente Avvocati Familiaristi Italiani

www.associazionefamiliaristi.org


LO SCONFINAMENTO DA PARTE DEI SERVIZI SOCIALI E IL DANNO CONSEGUENTE PER I MINORI


Spesso, nella mia pratica di avvocato familiarista, mi è capitato di assistere, in un procedimento di separazione o divorzio, o in un procedimento di disgregazione del nucleo familiare in genere, al conferimento, da parte del Giudice, dell'incarico ai Servizi Sociali di monitorare la situazione familiare.
Mi è però capitato, altrettanto frequentemente, di constatare come i Servizi Sociali non adempiano al compito assegnato loro dal Giudice, operando un vero e proprio sconfinamento rispetto al loro ruolo.
E' infatti prassi, a mio avviso del tutto dannosa, quella secondo cui i Servizi Sociali, nelle loro relazioni, non si limitino a monitorare lo stato attuale della situazione familiare, ma, piuttosto, si ergano a veri e propri consulenti, offrendo al Giudice la soluzione migliore da adottare per il singolo caso.
Ciò determina una vera e propria violazione del ruolo stesso per cui i Servizi Sociali sono stati istituiti; questi ultimi, infatti, non devono affatto offrire soluzioni, ma limitarsi ad illustrare al Giudice lo stato attuale della situazione familiare.
Purtroppo, però, in molti casi i Giudici si limitano a recepire passivamente gli elaborati redatti dai Servizi Sociali, facendo proprie anche le soluzioni dagli stessi redatte.
Ciò determina un grave danno per tutti i minori coinvolti, i quali si trovano vittime inconsapevoli di soluzioni, elaborate senza alcuna competenza specifica, da chi dovrebbe solo limitarsi a monitorare la situazione familiare.
Auspico, pertanto, che in futuro tutti gli avvocati familiaristi, di cui mi onoro di essere il Presidente Nazionale , facciano sempre presente ai Giudici ed agli stessi operatori del Servizio Sociale i loro compiti ed i limiti entro i quali tali compiti devono essere svolti.


AVV. CARLO IOPPOLI

Avv. del Foro di Roma, Cassazionista, Presidente Avvocati Familiaristi Italiani


 

SE SI PROVA L'ALIENAZIONE GENITORIALE VIENE STABILITO L'AFFIDO ESCLUSIVO DEI FIGLI ALL'ALTRO GENITORE

 

Affido super esclusivo dei figli al padre, con collocazione provvisoria semestrale presso una struttura specializzata dei piccoli, per riparare i danni dell'Alienazione genitoriale subita : quando la competenza psicogiuridica entra nelle aule di Giustizia.
Un vero e proprio caso di scuola della corretta applicazione del combinato disposto degli Articoli 337 ter e quater del Codice Civile . (Provvedimenti riguardo ai figli – affidamento ad un solo genitore).
Il caso affrontato dal Tribunale di Cosenza da un lato per la complessità e correttezza delle indagini espletate e dall'altro per la "schiettezza" con la quale si sono manifestate le inadeguatezze genitoriali, può senz'altro costituire un singolare caso di scuola per comprendere, facilitati dall'esistenza di esempi concreti, cosa si debba fare e cosa non si debba fare, per tutelare effettivamente, e non solo a parole, il Diritto riconosciuto dall'art. 337 ter del CC a che i minori mantengano "rapporti equilibrati e significativi con entrambi i genitori" sino a quando non risulti, come nel caso de quo, l'esplicitazione della genitorialità di uno dei due, essere "contraria" ed quindi dannosa all'interesse dei figli. (337-quater CC).
Il caso di specie affrontato in giudizio, vedeva la contrapposizione speculare delle richieste di "collocamento dei figli" per l'esercizio della responsabilità genitoriale, formulata da due genitori, al termine della loro storia relazionale.
Il padre chiedeva che i figli gli fossero affidati in via esclusiva, mentre la madre come prima richiesta si riportava al dettato della legge ed individuava nell'affido condiviso, la corretta modalità di gestione della responsabilità genitoriale.
Il tempo nel quale i due avevano adito il Tribunale ordinario, concomitante con l'estate, portava le parti ad accordarsi per un primo rinvio d'udienza a dopo la pausa estiva, concordando formalmente l'impegno della madre (con la quale i due piccoli erano rimasti a vivere) a che ai due piccoli venisse assicurata la possibilità di passare il mese di luglio 2014, con il loro padre.

L'estate, contrariamente a quanto convenuto davanti al giudice, ha costituito il momento dell'esplosione incontrollata delle "diverse intenzioni materne" rispetto ai patti concordati, evidentemente al solo fine di non dover sottostare ad una prima immediata verifica, da parte del giudice, che sarebbe senz'altro intervenuta, in mancanza di una apparente "condivisione della genitorialità".
Nel corso dell'estate infatti, la madre aveva provveduto finanche a denunciare il padre per presunti abusi sessuali in danno dei piccoli figli e solo la tempestività e la solerzia, talmente rara nel nostro paese da risultare veramente encomiabile, con la quale si erano svolti gli articolati ed effettivi accertamenti da parte della procura di Cosenza, aveva permesso al padre di potersi presentare nel corso delle successive udienze, già a maggio 2015, con una "ordinanza di archiviazione" per la non sussistenza del fatto.
La Procura di Cosenza incaricata nel luglio della questione aveva, infatti, nominato come ausiliario della P.G. un medico neuropsichiatra infantile che, provvedendo alla interazione con i minori, aveva rilevato come "i minori avevano esposto fatti non veritieri, fornendo un racconto - ritualizzato pieno di fantasie" e per quanto riguardava il più piccolo dei figli, questi aveva ripetuto il racconto in modo del tutto identico a quello della sorella nei confronti della quale "manifestava una forte dipendenza".
Non solo, nella parte motiva della sentenza, la Giudice relatrice si sofferma ad osservare come il perito del Pubblico Ministero, avesse evidenziato come "per la struttura e la modalità del racconto molti fatti sembrerebbero inverosimili, anche perché raccontati in maniera stereotipata e senza risonanza emotiva. I racconti non sono coerenti rispetto alla collocazione spazio temporale, sono strutturati in maniera eccessiva. Non sono presenti contesti particolareggiati, interazioni, complicazioni inaspettate durante l'evento".
Ferma restando l'autonomia della fase di accertamento penale della sussistenza di un reato, il Collegio giudicante del procedimento civile provvide - nell'esercizio pieno e corretto del dovere di emettere un provvedimento di giustizia che assicurasse ai minori la pienezza del diritto a godere delle figure genitoriali – a nominare, contestualmente, un proprio Consulente di Ufficio, al quale ebbe a porre come quesito quello di "accertare quale fosse lo stato psicologico e la personalità delle parti e dei minori, con particolare riferimento ai rapporti tra questi con entrambi i genitori e con i relativi ambienti familiari" (nonni e parenti dei due rami).
Nella medesima sentenza viene riportato con precisione il risultato della relazione del Consulente del Tribunale che presenta un "elaborato dettagliato e preciso, accompagnato dai file degli incontri video-registrati con tutti i soggetti coinvolti nella vicenda".
Accendendo così, anche per l'aspetto dell'analisi – in sentenza - della video-registrazione degli incontri, l'interesse di quanti si occupano dello studio del processo della famiglia.
Ed infatti nella vicenda de quo, al giudicante è stato possibile, solo per il tramite della video registrazione degli incontri consulenziali, attingere ad informazioni sul concreto svolgersi della genitorialità delle parti che, altrimenti, sarebbero state impossibili.
A completare la batteria dei rimedi a disposizione di "ogni giudice della famiglia" che abbia a dedicarsi coscienziosamente a tutelare il primario interesse dei minori, non possiamo non annoverare l'ulteriore elemento messo in campo dalla Giudice Relatrice : la stessa successivamente all'esame degli incontri video registrati, contenuti nella relazione di ufficio, ha infatti, come la legge prevede, disposto "l'osservazione degli incontri madre-figli e l'ascolto dei minori" in forma diretta da parte del giudice, attività istruttoria che le ha consentito di poter osservare con la Sentenza "la visione dei file contenenti le videoriprese dei colloqui del CTU con i genitori ed i minori e l'ascolto diretto dei piccoli da parte del giudice delegato, hanno consentito al Collegio di verificare direttamente le conclusioni del perito nominato".
Di tale opera di verifica viene poi data chiara e precisa menzione nella parte motiva della pronuncia quando si osserva : "il CTU, dopo aver incontrato i minori ed i due genitori, sia singolarmente che congiuntamente, ed aver ad essi somministrato i test di rito, ha infatti concluso per un "condizionamento programmato" della madre nei confronti dei figli teso a logorare la figura paterna compresi anche i familiari (dello stesso) ed il posto in cui il medesimo vive. Nella lettura dell'atteggiamento (Art.336-bis c.c., n.d.r.) dei due minori, il perito ed il Tribunale mediante l'ascolto diretto dei due piccoli, hanno potuto constatare la sussistenza di un vero e proprio disturbo relazionale, avente le caratteristiche della "alienazione parentale" così come descritta (codificata) da ultimo nel DSM5 pubblicato nel maggio del 2013. Si è in particolare potuto constatare la sussitenza di una situazione di - ingiustificata campagna di denigrazione del minore contro il padre-."
Ed ancora, a dimostrazione evidente di come sia possibile "direttamente" per il giudice della famiglia, operare un'analisi corretta e diretta del "vissuto" dei minori che la legge, per prima, gli impone di tutelare viene osservato : "insomma nessuna delle motivazioni poste dai minori alla base del loro rifiuto del padre è motivata e fondata su fatti seri, concreti ed obbiettivi, effettivamente vissuti e patiti dai due bambini che appaiono istruiti ad arte nella recita di un copione. Durante i colloqui con il CTU ed il Giudice Delegato i due minori continuavano, a ripetere che il loro padre era "cattivo" quasi roboticamente e ritualmente, senza alcun coinvolgimento o convinzione".
Ma il lavoro di approfondimento della Giudice Relatrice non si limita a raccogliere solo tali elementi, nella motivazione della Sentenza in commento - che rappresenta senza dubbio una delle pronunce più attente e complete degli ultimi anni, sotto il profilo della cultura psicogiuridica, a dimostrazione di come sia effettivamente possibile tutelare, nei fatti, due minori con l'uso degli strumenti legali già previsti dalla legge, senza attenderne di nuovi – di più, nel fissare nella pronuncia, gli elementi della video-registrazione degli incontri il magistrato è attenta nell'osservare, testualmente, quanto segue :
"appena arrivata di fronte alla telecamera (la figlia minore) si profonde in una serie di insulti contro il padre, chiede di parlare con il – giudice dei grandi – per l'interrogatorio di "quinto grado", giudice a cui direttamente spesso si rivolge attraverso la telecamera, chiedendo che metta (il padre) in carcere per le cose brutte che le ha fatto. Notando l'uso di tali espressioni e riferimenti (della piccola) alla circostanza che ella non conosce le tabelline, il perito scopre, inoltre, che i due minori sono stati preparati ai colloqui attraverso le visione di un video dal titolo "Marina era nei guai" fornito (alla madre) dalla CTP di parte Dott.ssa XX, al dichiarato fine di tranquillizzarli in vista degli incontri con il CTU (si veda relazione peritale a pag.9). Dalla trascrizione della traccia audio che di detto file, fa nella sua relazione il perito (del giudice) emerge che (la piccola) ripete le stesse frasi della "Marina" del video: evidente il condizionamento psicologico così ulteriormente operato sulla minore".
Quanto poi alla fase dell'interazione dei minori con la stessa Giudice delegato all'audizione - correttamente riprendendo, il richiamo normativo specificamente contenuto nel nuovo testo dell'art. 336-bis c.c. Ascolto del minore (introdotto dalla Legge nr. 154/13) - il magistrato richiama il concetto normativo che prevede la "descrizione del contegno del minore" e giunge
così a riportare testualmente in Sentenza, riferendosi al figlio più piccolo della coppia : "dopo aver meccanicamente ripetuto di non voler veder il padre, rispondendo al Giudice ha ammesso che "un pochino, pochino, pochino" gli manca, che se lo incontrasse gli direbbe "ciao" (dicendo ciò si scherniva ed abbassava lo sguardo, abbozzando un sorriso). Ha inoltre detto, dopo averlo inizialmente negato di voler bene "pochino, pochino" al papà, agli zii ed al nonno paterni, tradendo un vero e proprio sentimento di affetto nei confronti del genitore alienato e della di lui famiglia di origine".
Infine, nel ricostruire il quadro delle competenze genitoriali - necessario ex lege e non certo un capriccio, sopratutto quando come nel caso de quo, si possa e debba giungere ad una valutazione della "dannosità" del concreto agire dell'esercizio della responsabilità genitoriale materna – la Giudice relatrice ha testualmente ricordato, sempre in tema di osservazioni del CTU degli incontri dei minori in presenza della loro madre : "i due bambini appaiono del tutto dipendenti dalla figura materna con cui condividono una forte complicità e di cui cercano, anche con lo sguardo, la continua approvazione. L'alienazione del genitore (padre) appare in tutta la sua evidenza laddove i bambini arrivano oramai a confondere la figura paterna, individuandola in quella del nuovo compagno della madre (sig. tizio) di cui tessono le lodi e che risulta sempre vincente nel paragone, che essi stessi introducono, con il genitore naturale" e prosegue "Ella (la bambina) dice al CTU che (il padre) non è più suo padre."
Il Tribunale di Cosenza ha così fissato, con la Sentenza in commento, uno degli eventi "tipici" di una alienazione genitoriale - in presenza del terzo nuovo compagno del genitore alienante – la sostituzione della figura di riferimento naturale con una diversa imposta, ed il Giudice relatore ha inteso ricordare, nello svolgere l'attenta motivazione, il portato di analisi di uno dei test somministrati dal CTU, test che costituisce, anch'esso, uno dei più tipici elaborati che vengono sottoposti all'attenzione delle parti di una famiglia, nel corso di un processo per la determinazione dei corretti spazi di genitorialità, quello del disegno della famiglia.
Nel merito di tale esame, viene infatti ricordato "il processo di alienazione della figura paterna con la contemporanea sostituzione di (il sig. tizio) e la confusione ingenerata nei due bambini si rileva in modo palese nell'incontro congiunto madre-figli espletato dal CTU. Il perito fa disegnare a ciascuno di loro la loro famiglia. I due bambini disegnano solo loro due e la madre, scrivendo accanto a ciascuna figura i rispettivi nomi (mamma e i loro due nomi). Quando la mamma disegna anche una figura maschile, scrivendoci accanto "papà" entrambi la guardano
con estremo stupore e rivolgendosi alla madre chiedono chi fosse (il loro papà naturale o il sig. Tizio). La madre risponde "un papà" (il CTU) chiede di precisare, di non scrivere solo papà, ma un "nome proprio" come hanno fatto loro due bambini, e lei risponde "io non scrivo nomi propri".
Oltremodo interessante è, poi, l'analisi che del punto compie il magistrato : "come fa notare il CTU – tale episodio appare molto significativo, poiché lascia intravedere il reale rapporto tra madre e figli. Ad un compito specifico (disegnate la vostra famiglia) affidato a tutti e tre, disegnano solo i due bambini, mentre la madre rimane ad osservare (rectius a controllare) ciò che disegnano i bambini (che non disegnano alcuna figura paterna). Al termine ecco l'elemento a sorpresa della madre – la figura paterna – che spiazza i bambini. In realtà è come se ella avesse tradito il loro patto, la loro fiducia, tanto da scatenare la loro reazione di incredulità e sorpresa."
Un'ultima ed ulteriore annotazione, significativa dell'attenzione posta dal Tribunale di Cosenza all'analisi integrata dei portati psicogiuridici introdotti nel processo dall'opera dei Periti, la incontriamo quando la Relatrice Filomena De Sanzo ricorda ed annota : "Significativo dell'ingerenza (della madre) nell'impedire "l'accesso psichico" dei figli all'altro genitore è, infine, un ultimo episodio annotato dal perito e registrato dalle videoriprese. Dalla video camera posta nella stanza dei Consulenti tecnici di parte, si può infatti osservare chiaramente che (il padre) subito dopo la fine del colloquio dei figli con il CTU e la madre, ad un certo punto, vedendo nel corridoio (i piccoli) si alza dalla sedia per cercare un contatto con i bambini che uscivano dalla stanza del colloquio con il perito. Si vede allora (la madre) che li raggiunge ed intima ai figli di non uscire dalla stanza, chiudendo la porta dei colloqui col perito e rimanendo "a guardia" appoggiata alla porta, per evitare qualsiasi contatto dei bambini con il padre."
Alla luce di tutte queste puntuali e centrate osservazioni, è così che l'intero Collegio del Tribunale di Cosenza può giungere ad una condivisa conclusione circa "l'inidoneità (della madre) ad essere genitore affidatario dei bambini" osservando in tal senso "si tratta di condotte che complessivamente valutate, convincono il Collegio dell'assoluta inidoneità della (madre) ad occuparsi dei figli minori, che gestisce ed utilizza in base alle sue esigenze ed alle proprie convinzioni, senza mostrare alcun rispetto per il loro diritto a coltivare il rapporto anche con l'altro genitore, da cui invece tenta di allontanarli, anche fisicamente – come dimostra la
richiesta di trasferimento dei figli in una scuola (lontana e diversa) che renderebbe, se attuato, oltremodo difficile la frequentazione con (il padre) che vive e lavora stabilmente in (località)."
Ancora, il Collegio osserva con la Sentenza come "il CTU che ha sottoposto a consulenza sulla personalità sia (la madre) che (il padre) ha formulato per la ricorrente (la madre) una diagnosi di probabile "MBO (Munchausen Syndrome by Proxy) – falsi abusi sessuali – (riconosciuta dal DSM5 a pagina 357) che consiste sommariamente in una – sindrome nella quale le madri simulano o producono una malattia medica nel figlio, che fanno visitare da medici pediatri, ospedali ecc. senza che gli specialisti riescano a trovare alcun riscontro clinico. Ed è proprio ciò che si è riscontrato nel caso di specie : nonostante la procura ed il Gip abbiano escluso abusi sessuali, non ostante il Collegio abbia espletato ogni più scrupoloso accertamento volto a verificare la veridicità o meno del racconto dei minori, che è risultato palesemente frutto di ideazione (invero etero-indotta) da parte dei figli, (la madre) di ostina ancora a credere (o a voler far credere di credere) che i suoi figli siano stati abusati. Spiega il perito che l'insistenza (della madre) nel ritenere che i figli siano stati abusati sessualmente, si intreccia con il profilo di personalità della madre della MBO, che nella convinzione di operare per il bene del figlio o addirittura spinta da distorsioni cognitive e di personalità, la induco a nuocere in maniera irreversibile al bambino."
Così ricostruendo con la forza della scienza psichiatrica, l'elemento richiesto dalla legge per l'esclusione dell'esercizio della responsabilità genitoriale, ovvero quello di "esser di danno ai figli".
Un'ultima considerazione si impone poi, in merito alla soluzione - concretamente adottata dalla Sentenza in commento - al momento di dover risolvere un nodo sempre, drammaticamente, presente nelle storie di grave alienazione genitoriale : quello dell'esistenza – sì indotta ma concretamente in essere – del rifiuto dei minori della figura paterna.
Non può infatti dimenticarsi come, in altri casi, le Relazioni consulenziali abbiano portato il tema del rifiuto e quello speculare dell'esistenza di un rapporto simbiotico con il genitore alienante, come un nodo, apparentemente, insuperabile.
Deve quindi riconoscersi un ulteriore pregio alla pronuncia del Tribunale di Cosenza del 29 luglio del 2015, là dove affrontando, come ogni giudice, questo dilemma, abbia osservato, nel
tutelare concretamente i figli della coppia e senza, quindi, limitarsi ad una sentenza di stile : "ritiene dunque il Tribunale che, fermo il disposto affido esclusivo dei minori al padre, (i bambini) devono essere allontanati dalla figura materna per potersi emancipare dalla dipendenza psicologica che hanno sviluppato nei suoi confronti – debbano (quindi) essere collocati, per un periodo di almeno sei mesi presso una struttura di accoglienza specialistica (individuata nella casa di accoglienza XX) di modo da poter gradualmente riacquisire indipendenza di pensiero e riavvicinarsi al padre, riscoprendo e facendo riaffiorare i sentimenti sopiti per lui".
Pertanto, affidamento super esclusivo al padre e previsione della presenza e dell'assistenza degli assistenti sociali, in tutte le occasioni di incontro con la madre, che sono state fissate – anche dopo lo spirare del semestre di osservazione e ri-inserimento della figura paterna - in due soli momenti della settimana, dall'uscita da scuola sino alle 19 sino, almeno, al termine del percorso del programma di intervento sul nucleo familiare previsto dai Servizi Sociali.

 

AVV. CARLO IOPPOLI

PRESIDENTE AVVOCATI FAMILIARISTI ITALIANI

www.associazionefamiliaristi.org

 


ANFI PUGLIA: GRANDE SUCCESSO DEL CONVEGNO SULLA BIGENITORIALITA'

 

"Positive e proficue dal punto di vista professionale ed umano, si sono rivelate le due giornate di studio organizzate dall'ANFI PUGLIA su un tema, quale la bigenitorialita', rilevante e di stretta attualità . I relatori intervenuti, tutti illustri professionisti hanno evidenziato gli aspetti di maggiore interesse e di più grande criticità riguardanti i rapporti tra genitori e figli nelle vicende della vita familiare".

 

Avv. Paola Maggio  Direttivo ANFI PUGLIA


ANCHE SE TRADISCI TUA MOGLIE PUOI ESSERE UN BUON PADRE

Confermato l’affido condiviso anche in caso di infedeltà coniugale, se il coniuge fedifrago è un buon genitore

Se il marito tradisce la moglie non significa che non possa essere un buon padre. Una cosa è l’infedeltà verso il coniuge che può rilevare ai fini dell’eventuale domanda di addebito della separazione o del risarcimento del danno, un’altra è il diritto alla genitorialità. A precisarlo è il Tribunale di Milano, con la recente ordinanza del 9 luglio 2015, confermando l’affido condiviso dei figli minori ad entrambi i genitori e bocciando la domanda della moglie volta alla limitazione del diritto di visita paterno.

Secondo la donna, infatti, le scappatelle dell’uomo dovevano condurre a limitare il rapporto con i figli, ma per il tribunale non sussistono ragioni per derogare alla regola dell’affidamento condiviso. Non è sostenibile, infatti, ha affermato il giudice meneghino che “un marito eventualmente fedifrago sia consequenzialmente un padre inadatto: la violazione degli obblighi nascenti dal matrimonio è certamente sanzionabile con l’addebito e finanche con l’azione risarcitoria; ma non giustifica affatto un affido monogenitoriale o una limitazione del diritto di visita del padre”, il quale potrebbe trovare giustificazione soltanto laddove la frequentazione fosse lesiva del preminente interesse dei minori.

E non solo. La madre che usa l’infedeltà del marito quale mezzo per condizionare il rapporto genitoriale tra padre e figli pone in essere “una condotta scorretta e come tale valutabile anche ai fini degli artt. 337-quater c.c. e 709-ter c.p.c.”.

Per cui, le istanze della moglie vanno rigettate in toto.

Ma attenzione. Il tribunale milanese ne approfitta per lanciare un monito rivolto, nel caso di specie, al padre, ma valevole in generale: nell’imminenza della separazione è bene che i genitori, in presenza di nuovi partner, dedichino “ai figli dei tempi esclusivi, gradualmente introducendo le figure affettive nella loro vita, altrimenti essendo possibile, se non probabile, che essi possano associare proprio a queste terze figure la fine del matrimonio e quindi iniziare a maturare rancori o risentimento verso il genitore”.

Un invito alla prudenza, dunque, che va aldilà del diritto o della psicologia, per il quale, ha concluso il giudice, “è sufficiente il buon senso”.

 

AVV. CARLO IOPPOLI
PRESIDENTE ANFI - ASSOCIAZIONE AVVOCATI FAMILIARISTI ITALIANI

NON PUOI RIMANERE SOTTO IL TETTO CONIUGALE SE CREI TENSIONI

L’ex non può continuare a vivere sotto lo stesso tetto del coniuge se non modifica i comportamenti che hanno portato alla rottura del matrimonio, nonostante il forte legame con i figli. È quanto ha stabilito il tribunale di Genova con la sentenza 1104/15, pubblicata dalla quarta sezione civile.
Il giudice ligure accoglie la domanda di una donna, separata dal marito. Al termine dell’udienza, l’ordinanza presidenziale disponeva l’affido condiviso dei figli e la collocazione prevalente presso la casa della madre, l’assegno di mantenimento per la prole (350 euro) a carico del marito, oltre a provvedere al 50 per cento delle spese straordinarie. Nonostante la notifica regolare, l’uomo rimaneva contumace, non presentandosi all’udienza. La donna evidenziava che il marito, sebbene a conoscenza del procedimento di separazione, continuava a vivere nella casa coniugale, senza modificare i comportamenti che avevano portato alla rottura della loro unione, dimostrando un totale disinteresse per la famiglia, lasciando alla moglie ogni responsabilità e per la gestione della casa e per la prole.
In particolare, l’uomo non accettava di allontanarsi dal tetto coniugale, creando così un clima di tensione, ma soprattutto illudendo i figli che il rapporto con la madre potesse ricucirsi. Il convenuto, rimasto contumace, dimostrava disinteresse non solo per la vicenda processuale, ma anche per la situazione familiare. Pertanto, il giudice procedeva alla separazione, accogliendo le richieste della donna: affido condiviso, prevalente collocazione presso la madre e contributo di mantenimento per i figli. Ma non solo. L’uomo, oltre a non poter più abitare sotto lo stesso tetto del coniuge, dovrà farsi carico anche del mutuo gravante su entrambi i coniugi, tenuto conto delle posizioni reddituali di entrambi.

 

AVV. CARLO IOPPOLI -

PRESIDENTE AVVOCATI FAMILIARISTI ITALIANI


La separazione dei coniugi, l'unione eterna dei genitori


Nella nostra società spesso i bambini si ritrovano a fare prematuramente i conti con situazioni per loro difficili da comprendere ed accettare, situazioni che non riescono a gestire ed una di queste è proprio la nuova composizione della loro famiglia.
Spesso capita di posticipare il difficile momento in cui si rendono consapevoli i bambini di quello che sta succedendo tra mamma e papà, e così con la loro testa e leggendo quelli che sono i comportamenti non verbali degli adulti, si fanno una loro idea, spesso vivendo paure ed ansie che con fatica riescono a tirare fuori...
Le discussioni e i litigi a cui spesso i figli assistono, sono per loro fonte di forte
dolore; vedere la mamma ed il papà che dall'essere tra loro complici e amorevoli
passano al non parlarsi e al farsi la guerra anche per futili motivi, fa vacillare quel
bisogno di solidità e sicurezza per loro necessario per orientarsi nella quotidianità.
L' essere spettatore di situazioni conflittuali è come se provocasse, ogni volta, nel
bambino la riapertura di una profonda ferita; sentire un genitore che denigra l'altro,
sentirsi conteso da una parte e dall'altra, il cercare di mediare tra le due figure più
importanti della sua vita fungendo a volte anche da pacere, fa del bambino un
piccolo uomo, che di fronte a questa situazione deve rimboccarsi le maniche e fare
del suo meglio per cercare di risolverla (almeno questo è il suo punto di vista).
Certo l'accettazione di una separazione non è mai facile per nessuno, ma se gli ex
coniugi riescono a compiere quel passo che li porta a comprendere che pur non
essendo più moglie e marito saranno per sempre genitori dei loro figli, allora
questo sarebbe un grande aiuto per tutti; passaggio questo necessario per capire
l'importanza di parlare al figlio dell'altro genitore con rispetto, di non farglielo
mancare perchè per essere sereno un bambino ha bisogno sia della mamma che del
papà, avere comunque una stessa linea educativa e una condivisione di tutto ciò
che riguarda la prole; in questo modo i bambini diventano consapevoli del fatto
che “anche se mamma e papà non stanno più insieme mi ameranno per sempre”.
Avere la certezza di essere amato e benvoluto da entrambi i genitori è per il
bambino base solida per la costruzione della sua identità, e per la sua integrità
psico-fisica.
Chiara Pandolfi
Pedagogista - Mediatrice Familiare


PERDE L'AFFIDO LA MAMMA CHE LASCIA FIGLIO E MARITO PER ANDARE CON L'AMANTE

 

In tema di affidamento del minore, nello scegliere il genitore collocatario più idoneo, tenendo in considerazione l'interesse preminente del minore, si deve avere riguardo anche alle consuetudini di vita già acquisite dal minore medesimo. 

 
Lo precisa la Corte d'Appello di Lecce, sezione civile, con la sentenza n. 171/2015 sul gravame proposto da una donna per rivendicare l'affidamento esclusivo della figlia convivente con il padre, nonché per contestare l'addebito della separazione nei suoi confronti. 
In aggiunta al collocamento della figlia presso di lei, la donna ha richiesto ai giudici l'addebito della separazione al marito, l'assegnazione della casa coniugale e un congruo assegno di mantenimento. 
 
I giudici, tuttavia, negano alla donna le richieste avanzate, considerando che costei aveva abbandonato il marito e la figlia a causa di una relazione extraconiugale. 
 
È questa la vicenda che i giudici considerano determinante per la separazione, in quanto la ricorrente, ancora sposata e senza che vi fossero litigi tra lei e l'ex, aveva intrapreso una relazione fuori dal matrimonio culminata nella nascita di un figlio.

Questo aveva inevitabilmente portato alla separazione e alla convivenza di lei con la nuova famiglia. 

 
All'epoca dei fatti, la figlia aveva sette anni e si è ritrovata a vivere con il padre, con il quale ha sempre intrattenuto un ottimo rapporto. 
Ancora, sono prive di fondamento le rimostranze della madre, che riteneva di aver incontrato spesso la bambina interessandosi a lei, mentre invece risultava che la piccola veniva costantemente affidata alle cure del padre e dei nonni materni. 
Rigettate, dunque, le richieste di parte attrice: gli anni trascorsi hanno segnato un solco nei rapporti tra lei e la figlia e decidere di affidare alla donna la bambina, ormai adolescente, finirebbe inevitabilmente per stravolgere i suoi consolidati equilibri di vita.
Avv. Carlo Ioppoli - Presidente ANFI - Ass.ne Avv.ti Familiaristi Italiani
 

SE HAI NUOVA FAMIGLIA DI FATTO NIENTE ASSEGNO DI DIVORZIO

coppia divorzio separazione coniugale mantenimento antoci
La convivenza more uxorio stabile e duratura, tale da costituire una vera e propria famiglia di fatto, esclude la permanenza dell'assegno di divorzio, indipendentemente dalle posizioni economiche delle parti. 
 
La sesta sezione civile della Corte di Cassazione, rimarca un consolidato orientamento giurisprudenziale nell'ordinanza n. 17811/2015, originata dal ricorso avanzato dell'ex marito contro un provvedimento della Corte d'Appello di Trieste.
 
Lamenta in particolare l'uomo che il giudice di merito, nel procedere a modifica delle condizioni di divorzio tra lui e l'ex moglie, avrebbe disposto la riduzione dell'assegno a carico del marito a 350,00 euro in favore della moglie, tenuto conto dei "radicati percorsi affettivi e familiari" intrapresi da ciascun coniuge, poiché entrambi sono stati coinvolti in nuovi assetti familiari ed hanno avuto figli.
 
I giudici di Piazza Cavour ritengono meritevoli di accoglimento le doglianze dell'uomo, considerando che la giurisprudenza è pressoché unanime nel negare/sospendere la corresponsione di un assegno di mantenimento o di divorzio se gli ex coniugi hanno ormai raggiunto una nuova stabilità familiare (cfr. ex multis, Cass n. 17195/2001; 17898/2012).
 
Le unioni stabili, che possono consistere nell'aver instaurato una convivenza more uxorio e creato una famiglia di fatto, fanno venir meno la necessità economica del mantenimento e delle contestuali somme da versare 
 
Va pertanto accolto il ricorso, cassata la sentenza impugnata e rinviato il giudizio, anche per le spese, alla Corte d'Appello di Trieste in diversa composizione.
Avv. Carlo Ioppoli - ww.associazionefamiliaristi.org

Il cinema e la rappresentazione dell'adozione e dell'affidamento nella loro evoluzione storica e sociale
 

Fotografare l’istituto dell’adozione, e ancor più quello dell’affidamento, attraverso la lente del cinemaè un compito difficile ma al tempo stesso stimolante. Se, infatti, non sono molti i film che descrivono questi due fenomeni fornendo un’immagine fedele tanto sotto il profilo delle implicazioni psicologiche quanto dal punto di vista degli aspetti legali senza cedere al sensazionalismo o sfruttandone gli aspetti più patetici, è comunque possibile tracciare un parallelo tra l’adozione in quanto riflesso dell’attenzione sociale verso l’infanzia abbandonata e le forme della narrazione adottate dal cinema per descriverla.

Quella dell’orfano, ad esempio, è stata una vera e propria icona della letteratura popolare del diciannovesimo secolo, quella che per prima descrisse con spirito realistico la vita delle fasce più umili della popolazione. Romanzieri come Charles Dickens, le cui opere più celebri (Grandi Speranze, Le avventure di Oliver Twist, David Copperfield, Tom Jones) hanno avuto innumerevoli trasposizioni cinematografiche, contribuirono non poco a sensibilizzare l’opinione pubblica dell’epoca verso la piaga sociale dell’infanzia abbandonata. Fino alla seconda metà del Novecento, tuttavia, la visione del fenomeno rimase ancorata ad una concezione filantropica o caritatevole, proprio come emerge in Cronaca familiare o Il piccolo Archimede nei quali l’adozione è, evidentemente, un gesto da esibire di fronte alla società oppure il tentativo di colmare vuoti affettivi di donne sempre molto ricche, troppo famose e irrimediabilmente attempate: non è certo un caso se entrambe le protagoniste di La signora acconsente e Mammina cara siano delle attrici celebri alla disperata ricerca di una maternità tardiva. È solo negli ultimi decenni che il cinema è riuscito a cogliere gli aspetti più interessanti del fenomeno, come quello del conflitto tra identità naturale e identità adottiva o della ricerca delle proprie radici biologiche: attorno a questo tema si articolano le storie narrate nelle opere tanto di grandi autori (Decalogo 7 – Non rubare, Paris Texas, Segreti e bugie) quanto di registi meno noti (La regina degli scacchi). Ancora più attuali, poi, sono temi come il cosiddetto desiderio di genitorialità che sembra aver nuovamente trasformato l’adozione da strumento per fornire una famiglia a chi non ce l’ha in mezzo per dare un figlio a che non può averne (A.I. – Intelligenza artificiale, La dea dell’amore) e quello delle adozioni internazionali, sempre più numerose a fronte della crescita delle offerte di accoglienza da parte di famiglie prive di figli (La piccola Lola, L’insonnia di Devi, Benvenuti a Sarajevo) che a volte si traduce nella necessità di confrontarsi con differenze culturali abissali.

Particolarissimo è, infine, il caso dell’affido familiare, poco trattato perché è un istituto di recente acquisizione ma capace in alcuni casi di svelare gli aspetti più contraddittori della condizione dei minori abbandonati o abusati: se due film statunitensi come White Oleander e Mi chiamo Sam hanno descritto gli aspetti più eclatanti del fenomeno, l’italiano La guerra di Mario ne ha mostrato le implicazioni meno ovvie con un’attenzione particolare nei confronti di tematiche attuali collegate a filo doppio con questo tema (maternità tardiva, desiderio di genitorialità, ruolo delle istituzioni che tutelano l’infanzia).

 

Gli orfani di  Dickens

L’infanzia abbandonata protagonista delle trasposizioni cinematografiche dei grandi romanzi ottocenteschi: la condizione dell’orfano tra denuncia sociale e narrazioni rocambolesche

  • Il monello, di Charles Chaplin, Usa, 1921*
  • Le due orfanelle, di David Wark Griffith, Usa, 1922
  • David Copperfield, di George Cukor, Usa, 1935*
  • Grandi speranze, di David Lean, Gb, 1946*
  • Le avventure di Oliver Twist, di David Lean, Gb, 1948*
  • Senza famiglia, di André Michel, Francia/Italia, 1958
  • Tom Jones, di Tony Richardson, Gb, 1963

 

L'avventura di essere orfani

La condizione degli orfani raccontata come una fiaba

  

Adozioni vecchie e nuove
L’evoluzione dell’istituto adottivo da pratica filantropica a diritto del minore ad essere accolto all’interno di una famiglia

  

 Identità e radici
Figli adottivi alle prese con la dolorosa ricerca delle proprie origini

  

Desiderio di genitorialità
Essere genitori adottivi a cavallo tra diritti e doveri

  • Örökbefogadás – Adoption, di Márta Mészáros, Ungheria, 1975
  • Baby Boom, di Charles Shyer, Usa, 1987*
  • Piccola peste, di Dennis Dugan, Usa, 1990
  • La dea dell’amore, di Woody Allen, Usa, 1995*
  • A. I. Intelligenza artificiale, di Steven Spielberg, Usa, 2001*

  

Adozioni internazionali
Essere genitori adottivi a cavallo tra diritti e doveri

  • The Italian, di Andrei Kravchuk, Russia, 2005
  • In Paraguay, di Ross McElwee, Usa, 2008
  • Benvenuti a Sarajevo, di Michael Winterbottom, Gb/Usa, 1997*
  • ABC Africa, di Abbas Kiarostami, Francia/Iran, 2001*
  • My Khmer Heart, di Janine Hosking, Australia, 2001
  • Casa de los babys, di John Sayles, Usa, 2003
  • L’insonnia di Devi, di Costanza Quatriglio, Italia, 2003*
  • La piccola Lola, di Bertrand Tavernier, Francia, 2004*
  • The Indian, di Ineke Houtman, Olanda, 2009

  

Affido
Affido temporaneo: il dovere dell’accoglienza

  

Affidati dal...caso
I film che raccontano l’incontro tra un bambino ad un adulto al crocevia tra bisogno e accoglienza

Avv. Carlo Ioppoli


  TI REVOCANO L'ASSEGNO DI DIVORZIO SE CONVIVI E HAI UNA FIGLIA CHE CONTRIBUISCE ALLE ESIGENZE DELLA FAMIGLIA È ammissibile la revoca dell'assegno divorzile e del provvedimento di assegnazione dell'abitazione familiare quando le condizioni economiche e reddituali dei due coniugi risultino analoghe e manchi la prole.  La sesta sezione civile della Corte di Cassazione, ordinanza 17666/2015, conferma le risultanze di una sentenza pronunciata dalla Corte d'Appello di Venezia che, in riforma della sentenza di cessazione degli effetti civili del matrimonio, escludeva il diritto all'assegno divorzile per la moglie e revocava il provvedimento di assegnazione della casa coniugale al marito.   A sostegno della decisione, il giudice di seconde cure rileva che, alla luce dell'esame comparativo dei documenti fiscali e degli altri elementi di fatto acquisiti, le condizioni economiche dei coniugi risultano pressoché equivalenti, considerando anche che l'ex moglie aveva iniziato una stabile convivenza more uxorio con un compagno, dal quale aveva avuto una figlia che contribuiva al nuovo menage familiare.   La donna ricorre in Cassazione, lamentando come il Giudice d'Appello non abbia valutato i corposi elementi probatori da ella offerti in primo grado, limitandosi ad un astratto confronto delle documentazioni fiscali. In particolare, il giudice di merito non avrebbe compiuto valutazione alcuna circa la circostanza che l'ex marito avesse anch'egli costituito un nuovo nucleo familiare utilizzando la casa coniugale, mentre la donna abitava presso la madre e vedeva aggravarsi le sue condizioni economiche proprio a causa della nuova convivenza more uxorio.   I motivi di ricorso sono inammissibili, poiché non è possibile proporre una valutazione comparativa degli elementi di fatto acquisiti alternativa rispetto a quella eseguita dal giudice del merito, proponendone in particolare una selezione diversa. L'accertamento cruciale, infatti, riguarda l'inadeguatezza dell'avente diritto non la stabilita della situazione sopravvenuta all'obbligato, pertanto nessun assegno divorzile può esserle riconosciuto.   Per quanto riguarda, invece, la casa coniugale, si precisa che il provvedimento di assegnazione è normalmente assunto esclusivamente per tutelare i figli e, in mancanza, non può essere finalizzata a sopperire alle esigenze economiche del coniuge più debole.  Non avendo gli ex coniugi alcun figlio, la Corte rigetta il ricorso condannando parte ricorrente al pagamento delle spese processuali.  Avv. Carlo Ioppoli - Presidente ANFI - Ass.ne Avvocati Familiaristi Italiani


COPPIA IN CRISI? L'AMANTE PUO' ESSERE COMUNQUE CAUSA DI ADDEBITO DELLA SEPARAZIONE

separazione tradimento

È vero la coppia era in crisi da anni, ma la relazione extraconiugale di lui è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. È stata quest’ultima, pertanto, la vera causa del crac familiare, tale da comportare l’addebito della separazione al marito.

Lo ha deciso la Corte di Cassazione, con sentenza n. 24156 del 12 novembre 2014, intervenendo in un giudizio di separazione tra coniugi, concluso in appello con la pronuncia di addebito nei confronti dell’ex marito, con la previsione di un assegno mensile di mantenimento a favore dei figli e della ex moglie, nonché con l’assegnazione alla stessa dell’abitazione familiare.

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Inutili le doglianze dell’uomo che, negando la relazione extraconiugale, si appellava alla preesistente insanabile rottura del legame affettivo con la moglie, contestando altresì l’assegnazione in toto della casa coniugale, senza considerare la possibilità di una divisione dell’immobile idonea a contemperare gli interessi in gioco, quali il diritto di proprietà dell’abitazione familiare.

La S.C., infatti, ha condiviso la valutazione della corte di merito circa l’esistenza della relazione extraconiugale, da parte del marito, provata dalla ripetuta frequentazione “con chiari indici di comportamento trascendenti un mero rapporto di amicizia”.

Quanto alla preesistenza della crisi del rapporto matrimoniale, ha ritenuto la Cassazione che gli elementi addotti dal ricorrente non assumessero una valenza univoca e significativa, giacchè intesi solo a dimostrare “la sopravvalutazione degli elementi di prova relativi alla esistenza di una relazione extra-coniugale e la sottovalutazione di quelli relativi alla pregressa manifestazione di una crisi matrimoniale”, non essendo sufficienti, dunque, a superare la mera valenza di asserzioni soggettive e di conseguenza a provare che la pregressa crisi fosse tale da far cessare la cd. “affectio coniugalis”, aldilà della presenza di una relazione extraconiugale.

Quanto, infine, all’assegnazione della casa familiare, ha ricordato la Corte, “in tema di separazione personale dei coniugi, il giudice può limitare l’assegnazione della casa familiare ad una porzione dell’immobile, di proprietà esclusiva del genitore non collocatario, anche nell’ipotesi di pregressa destinazione a casa familiare dell’intero fabbricato, ove tale soluzione, esperibile in relazione al lieve grado di conflittualità coniugale, agevoli in concreto la condivisione della genitorialità e la conservazione dell’habitat domestico dei figli minori”.

Nel caso di specie, la S.C. ha escluso, in accordo con la motivazione del giudice d’appello, che “la divisione dell’abitazione e l’assegnazione delle due porzioni ai genitori potesse ritenersi coerente all’interesse dei minori alla conservazione dell’habitat familiare e alla preservazione da situazioni confusive e foriere di conflittualità”; per cui ha respinto integralmente il ricorso, condannando il ricorrente alle spese di giudizio. Per altri dettagli si rimanda al testo della sentenza qui sotto allegato.

 

AVV. CARLO IOPPOLI

PRESIDENTE ANFI - ASS.NE AVVOCATI E CONSULENTI FAMILIARISTI ITALIANI


ASSEGNO DI DIVORZIO: CONTANO I TESTIMONI E IL TENORE DI VITA

 

È vero che l'assegno di divorzio e quello di mantenimento sono autonomi e indipendenti, tuttavia quest’ultimo può costituire elemento utile di valutazione anche per il primo e dunque essere calcolato sulla base del parametro della disparità di posizioni economiche tra i coniugi, che costituisce indice del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio. A stabilirlo è la sesta sezione civile della Cassazione, con l’ordinanza n. 17412/2015 depositata ieri (qui sotto allegata), rigettando il ricorso di un ex marito avverso la sentenza della Corte d’Appello di Napoli che poneva a suo carico un assegno divorzile di 450 euro mensili a favore dell’ex moglie.

Per gli Ermellini la Corte territoriale ha ben operato, con motivazione adeguata e non illogica, nel quantificare l’assegno tenendo conto dei miglioramenti economici della moglie, abbassando peraltro notevolmente la cifra da versare in suo favore, rispetto a quella disposta in sede di separazione.

Circa la quantificazione dell’assegno, inoltre, ha aggiunto la S.C., il giudice del divorzio non deve necessariamente considerare tutti i parametri di riferimento, potendone valorizzare uno o alcuni, come, nel caso di specie, la condizione economica dei coniugi.

Infine, ha precisato il collegio rigettando il ricorso, anche le prove testimoniali, la cui valutazione spetta al giudice di merito, possono incidere sul quantum dell’assegno.

 

AVV. CARLO IOPPOLI

PRESIDENTE ANFI - ASS.NE AVVOCATI FAMILIARISTI ITALIANI


MAIL E MESSAGGI PER VEDERE TUO FIGLIO? NON SI CONFIGURA LO STALKING

 

Il fatto  non costituisce reato. Così ha deciso la Cassazione  nella  sentenza n. 22152/2015 pubblicata qualche ora fa (qui sotto allegata), pronunciandosi sulla  vicenda di un padre che aveva tempestato di sms e e-mail  l’ex compagna al solo fine di vedere il figlio minore  nato dalla  relazione sentimentale ormai conclusa, prima che il tribunale ne  regolamentasse  il diritto di visita.

La prima sezione  penale ha escluso non solo l’ipotesi di  reato di cui  all’art. 612-bis ma anche quella di cui all’art. 660 c.p., alla  quale il  Tribunale di Milano, con rito abbreviato, aveva ricondotto il fatto   originariamente contestato condannando l’uomo all’ammenda di 300 euro.

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Per la S.C., mancano sia la connotazione della “petulanza”  nel  comportamento del soggetto, ovvero quel modo di agire “pressante,   insistente, indiscreto e impertinente che finisce per il modo stesso in cui si   manifesta, per interferire sgradevolmente nella sfera della quiete e della   libertà della persona”, che il presupposto del “biasimevole motivo” che la   norma aggiunge alla petulanza come motivazione da considerare “riprovevole per   se stessa o in relazione alla persona molestata”.

In sostanza, la condotta dell’imputato manca dell’elemento  soggettivo,  in quanto lo stesso voleva soltanto avere notizie del figlio  minore, allo  scopo di poterlo incontrare, esercitando in tal modo i propri  diritti di  genitore e non era certo  finalizzata a creare disagi o molestie all’ex  convivente.  

Valutazione cui  la corte giunge, contro le conclusioni del sostituto  procuratore generale, anche  grazie alla circostanza che i fatti contestati si  erano verificati prima che il  tribunale dei minorenni intervenisse per  regolamentare  i rapporti tra i due ex conviventi,  funzionali 

all’educazione del figlio minore.

E sono proprio gli stessi elementi probatori prodotti  dalla ex compagna a  salvare l’imputato, in quanto i riscontri telefonici e  telematici (sms e  mail) dimostravano come la donna assumesse atteggiamenti  ostruzionistici  rendendo più difficili i rapporti tra il padre e il figlio, già  difficoltosi  per i problemi logistici del primo. In conclusione, senza elemento soggettivo  non c’è reato e la  sentenza è annullata senza rinvio.

 

AVV. CARLO IOPPOLI

PRESIDENTE ANFI - ASS.NE AVVOCATI FAMILIARISTI ITALIANI


I MINORI IN EUROPA DI FRONTE ALLA FRATTURA DEL NUCLEO FAMILIARE

(riassunto della ricerca originale presentata presso il Parlamento Europeo in Strasburgo e presso il Comitato ONU per i Diritti del Fanciullo) 
Ricerca sulle abitudini di 15 differenti paesi europei in tema di tutela del diritto dei bambini alla bigenitorialità
Risulta ormai provato che il ruolo della figura genitoriale ha pesanti influenze dirette sullo stato di salute non solo psicologico ma anche fisico dei figli. Purtroppo a seguito del divorzio della coppia genitoriale molti minori europei perdono i contatti con un genitore con gravi ripercussioni sociali e biomediche. La seguente ricerca vuole essere una panoramica sulle differenti abitudini dei vari Paesi europei in tema di tutela dell'interesse del minore. Emergono sia una concezione molto differente da Paese a Paese dell'interesse del minore (a differenza di quanto avviene in ambito medico in cui esistono linee guida condivise) sia una sostanziale inadeguatezza globale della tutela del diritto del minore alla bigenitorialità: nella maggior parte dei casi la marginalizzazione di un genitore inizia proprio per disposizione dell'autorità giudiziaria. Si afferma la necessità di un intervento delle istituzioni europee a tutela del minore per rafforzare l'omogeneità delle prassi e l'uniformità ai modelli migliori e più aggiornati, in modo analogo a come, in Medicina, si procede con l'audit clinico. Emerge anche la necessità –per evitare anacronistici localismi e tutelare al meglio i minori evitando discriminazioni sulla base della nazionalità- di passare da un linguaggio giuridico-formale a uno di natura scientifica facilmente comprensibile e applicabile da tutti gli Stati membri e relativi ordinamenti giudiziari.
Appare anche su "Pediatria Preventiva & Sociale" , l'organo ufficiale della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale Link to: Articolo di Pediatria Preventiva & Sociale
ABSTRACT
 It is universally acknowledged that the role of a parental figure has a huge direct influence on chil-dren's health, both from a psychological and physical point of view. After divorce of the parental couple many European children lose the possibility to keep in contact with one of their parents, with dramatic social and biomedical consequences. This research aims at providing a general overview on the different practices of several European countries on the subject of the protection of children's interests. This survey shows that there are still very different conceptions of children's protection, varying from country to country (contrary to the medical world where shared and common guidelines usually exist) and there is also a global inadequate perception of the importance of co-parenting principle: in most cases, one of the parents is originally marginalised as a consequence of judicial disposition. An intervention of the EU institutions aimed at guaranteeing the protection of children's rights and harmonising existing good practices (as would happen in medical science) seems therefore urgently needed. There is also a clear need for switching from a formal-legal language to a scientific language, which could be understood and applied by all Member States as well as introduced into the relevant legal systems (in order to avoid discrimination based on children's nationality).
INTRODUZIONE Risulta ormai provato che il ruolo della figura genitoriale ha pesanti influenze sullo stato di salute non solo psicologico ma anche fisico dei figli. In particolare sono note influenze sulla soddisfazione di vita, sugli equilibri ormonali (ossitocina, cortisolo, vasopressina, GH, ecc.), sulla probabilità di avere da adulti attacchi di panico in soggetti predisposti, sull'integrità cromosomica con possibili ripercussioni sulla discendenza, sui livelli di PCR e altri parametri bioumorali. (1,2,3,4,5,6,7) Dal punto di vista sociale sono documentati da tempo effetti sulla piccola criminalità, sulla dispersione scolastica, sul tabagismo, sulle gravidanze indesiderate e sullo status economico. (8,9,10) La cosa non deve stupire in quanto anche in modelli animali sono ampiamente dimostrati danni organici legati alla carenza genitoriale in specie normalmente a cura bigenitoriale della prole (scimmie Titi, varie specie di roditori ecc.). (11,12).Risulta quindi inappropriato relegare la tematica al solo Diritto di famiglia dovendosi includere anche aspetti di altra natura, in primis di natura biomedica e psicologica. Purtroppo non raramente nella vita dei figli una figura genitoriale viene smarrita e, nei Paesi industrializzati, principalmente per motivi legati al divorzio, alla nascita avvenuta al di fuori del matrimonio, a mutamenti avvenuti nella convivenza dei genitori. (13) Per quanto riguarda la fattispecie del divorzio, evento sempre più comune in Europa
Tabella I > tassi di divorzio per mille abitanti in Europa (Fonte Eurostat)
e che riguarda quasi dieci milioni di minorenni, l'Autore ha voluto fare una panoramica sui differenti approcci da parte dei sistemi giudiziari europei. La ricerca seguente è stata molto complessa e per certi versi unica sia per la carenza in molti Stati di dati governativi (soprattutto all’Est) cosa che ha comportato la necessità di ricercare studi locali, sia perché alcune casistiche sono reperibili solo in lingua nazionale e non in inglese (per cui è stato necessario avvalersi di molti traduttori madrelingua), sia  perché tendente a paragonare costumi sociali, terminologie, giurisprudenze e leggi diverse, sia perché le coppie non sposate tendono a rivolgersi poco ai tribunali e soprattutto perché le differenti amministrazioni europee tendono a pubblicare dati formali che non di rado sono in totale contrasto con la realtà materiale della concreta applicazione della legge. A questo proposito il caso esemplificativo dell'Italia è clamoroso (ma tutt'altro che isolato): a fronte di una legge quasi idilliaca che postula il diritto del minore ad avere rapporti significativi e continuativi con ambedue i genitori dopo la separazione dei medesimi (affido condiviso, applicato formalmente in oltre l'89% dei casi), l’affido paritetico riguarda il 2% dei figli e la ripartizione teorica dei tempi di coabitazione per tutti gli altri è invece circa dell'83% col genitore prevalente (o collocatario) e del 17% presso il genitore secondario, mentre la ripartizione pratica è ancora inferiore al punto che il Paese è stato più volte condannato dalla Corte Europea di Strasburgo per non avere assolutamente tutelato i rapporti tra prole e genitore separato e quasi un minore su tre perde i rapporti continuativi con uno dei genitori dopo la separazione materiale della coppia genitoriale. (14) La Svezia, invece, che vanta l’analoga percentuale di affido legalmente condiviso del 92%, vede il 30% dei minori figli di coppie separate trascorrere tempie equivalenti tra i due genitori. All’interrogazione con richiesta di risposta scritta E-000713/2013 dell’on. Roberta Angelilli, la Commissione Europea ha ammesso di non essere a conoscenza di studi, migliori prassi o dati riguardanti la custodia condivisa dei figli o la bi-genitorialità e ha affermato che la definizione di affidamento condiviso appartiene al Diritto sostanziale di famiglia e, in quanto tale, non rientra nell'ambito di competenza dell'UE ma esclusivamente in quello degli Stati membri. Ciò spiega, per la Commissione, le eventuali disparità tra i sistemi nazionali per quanto riguarda la definizione di affidamento condiviso e la sua effettiva attuazione. (15) A questa interrogazione ne è poi seguita per mano dell’On. Sonia Alfano un’altra (rivoluzionaria in quanto tendente a sottrarre in parte il tema al mondo forense per rimettere al centro dell’agone il benessere dei minori valutato secondo criteri medico-scientifici) che testualmente dice: Risulta chiaro che tale tematica, ben lungi dall'essere considerata un localistico problema di diritto di famiglia come potrebbero esserlo invece il mantenimento o l'assegnazione della casa, debba essere invece affrontata con un più universale linguaggio scientifico che ogni sistema giudiziario potrà poi recepire in piena autonomia secondo le proprie modalità. Poiché, evidentemente, non può dirsi davvero unita e solidale un'Europa che non assicura le stesse cure a tutti i «suoi» figli, ed essendo ormai disponibile in letteratura scientifica un'ampia mole di materiale; può la Commissione precisare se intenda, in un'ottica di eguale diritto alla salute, eseguire o valutare ricerche volte a definire delle best practices che possano essere di guida agli Stati membri nell'ottica di una maggiore armonizzazione delle procedure? (16)
LA SITUAZIONE EUROPEA Per amor di sintesi condensiamo l’analisi in tre tabelle che dimostrano le enormi differenze dei vari Paesi europei in tema di ripartizione media dei rapporti di coabitazione e cura tra i due genitori, affido paritetico, affido materialmente condiviso o physical joint custody. Nel nostro studio intendiamo physical joint custody la forma di affido in cui il minore resta dal 30 fino al 50% del totale (tipico dell’affido alternato) col genitore B.  L’Italia è agli ultimi posti per quanto concerne i primi due parametri e in posizione intermedia, comunque lontana dai modelli positivi europei, per l’ultimo. Al fine di avvicinare il nostro Paese ai modelli europei l’Autore ha collaborato alla stesura dei ddl 1163 e del pdl 2507 depositati presso il Senato e presso la camera dei Deputati. Per approfondire il tema si rimanda alla ricerca integrale pubblicata  a questo link
Tabella II > Stima del tempo teoricamente previsto in media per il secondo genitore

Tabella III
tutela del diritto dei minori alla bigenitorialità (co-parenting) di fronte al divorzio dei genitori  nei differenti Paesi Europei  secondo la stima della custodia paritetica
 
 Tabella IV >
 
DISCUSSIONE 
Uno dei risultati più clamorosi ed evidenti dello studio è stato che i bambini europei, malgrado le acclarate ricadute dirette del mantenimento dei rapporti coi propri genitori sul loro benessere piscofisico, non sono trattati nella stessa maniera di fronte al divorzio dei genitori stessi: è stato possibile infatti evidenziare notevolissime differenze di trattamento validate statisticamente circa il diritto alla bigenitorialità dei minori e il diritto di accesso alle migliori prassi a seconda delle  nazionalità. I diritti dei bambini greci e italiani, per esempio, sono tutelati assai diversamente da quelli dei bambini francesi o svedesi, e questi ultimi assai diversamente da quelli dei romeni o degli slovacchi e questo sicuramente ha ripercussioni importanti e variegate sul loro stato di salute. Il contatto con almeno uno dei genitori a qualche anno dalla loro separazione, per fare un’ulteriore esempio, viene perso dal 14% dei minori svedesi e dal 30% di quelli italiani. Giova ricordare che Robert Bauserman, nella sua celebre metanalisi del 2002 tendente a confrontare joint custody versus sole custody, pose pragmaticamente il cut off al 25% del tempo col genitore B, soglia sotto la quale egli ritenne si dovesse parlare solo di affido esclusivo indipendentemente dalla cornice giuridica formale.  (17) Importante far notare che anche solo il cut off al 25% porrebbe la quasi totalità dei paesi europei in un contesto di affido esclusivo malgrado la tanto sbandierata e reclamizzata istituzione dell’affido condiviso. In realtà oggi si tende ad essere più selettivi ancora e la physical joint custody, l’affido materialmente condiviso detto anche shared custody, viene poi fatto partire, a seconda dei Paesi, dal livello del 30, del 33,3 o del 35% (fino al 50% del totale). In generale dobbiamo comunque dire che il panorama generale è indiscutibilmente triste: sono centinaia di migliaia i minori europei che perdono rapporti continuativi con uno dei genitori dopo la separazione (molto più frequentemente il padre) e i sistemi giudiziari paiono incapaci di porre freno alla situazione. Questo comporterà gravi conseguenze nei prossimi anni sia biomediche che sociali. Una ragione di ciò è che la tematica ovunque è sempre stata affrontata da un punto di vista esclusivamente giuridico e l'Unione europea riconosce una totale autonomia dei singoli membri nella gestione del Diritto di famiglia. Questo ha favorito dei localismi, talora avulsi dalle best practices dei Sistemi più evoluti. Non è un caso che nella maggior parte degli Stati dell’argomento si occupino quasi esclusivamente i Ministeri della Giustizia e non quelli dell’Infanzia o della Salute.  Ad avviso dell'Autore le risultanze della ricerca dimostrano la necessità di cambiare finalmente il tipo di linguaggio e di iniziare ad affrontare la tematica da un punto di vista scientifico, cosa che consentirebbe un linguaggio unico e una riduzione delle discriminazioni e dei danni ai minori, ferma restando l’autonomia giuridica dei singoli Stati. L'auspicio è che, magari a partire da una raccomandazione centrale, vi sia la spinta verso un'armonizzazione dei comportamenti rifacendosi a quelli dei Paesi più progrediti in questo settore. Un’altra doverosa osservazione è che i costumi giudiziari europei, inoltre, tranne alcune eccezioni non appaiono congrui con le più moderne ricerche scientifiche (a fronte di un Sapere medico-biologico che si rinnova del 50-70% ogni 15 anni troviamo una Giurisprudenza immobile)  che riconoscono come benefiche per i minori le relazioni quanto più possibile paritetiche con ambedue i genitori. Nella sua importante revisione Linda Nielsen conclude con quattro affermazioni: Innanzitutto che i bambini in affido materialmente condiviso (per lei dal 35 al 50% del tempo col ge-nitore B) stanno come e meglio di quelli collocati esclusivamente presso il domicilio materno. Secondariamente che i genitori, sfatando un mito delle aule giudiziarie, non devono essere straordi-nariamente cooperativi, privi di conflittualità, o entusiasti della shared custody. Terzo che, a distanza di tempo, i giovani adulti figli di queste famiglie in shared custody esprimevano la loro assoluta soddisfazione. Quarto e ultimo punto la sottolineatura che la maggior parte dei Paesi industrializzati sta provvedendo a un mutamento delle leggi e assiste a un cambio dell’opinione pubblica nei confronti della shared custody. (18) Indiscutibili sono ormai risultati i benefici di un affido materialmente e non solo legalmente condiviso: volendo citare gli studi più autorevoli grossi vantaggi sono stati obiettivati dalla grande ricerca statale correlata al sondaggio nazionale svedese condotto nell’autunno 2009 da Sweden statistics per conto del Ministero degli affari sociali: il doppio domicilio risultò, nell’indagine ministeriale di un Paese noto per la sua serietà e il suo welfare, la miglior sistemazione tra tutte quelle dei figli di coppie separate con particolare influenza sulla soddisfazione della propria vita da parte dei minori (19). Un altro grande studio su 164,580 ragazzi svedesi di 12 e 15 anni ha evidenziato che i parametri migliori relativamente a disturbi psicosomatici, benessere fisico, psicologico e sociale, malattie mentali, insoddisfazione circa le relazioni coi propri genitori sono quelli di coloro che vivono in famiglie intatte ma i minori che spendono tempi sostanzialmente eguali presso i due genitori si confermano la miglior struttura familiare tra tutte quelle delle famiglie separate (20).
L’articolo scientifico attualmente più importante al mondo proprio sui piani genitoriali nei bambini sotto i 4 anni consiste in una revisione metanalitica dei più autorevoli studi mondiali sul tema ed ha ricevuto l’endorsement di 110 scienziati internazionali. Esso, oltre a giustiziare implacabilmente sul piano metodologico ricerche precedenti di tenore contrario svolte dall’australiana Jenny Mac Intosh e dallo statunitense Tornello, conclude testualmente: “In generale i risultati degli studi rivisitati in questo documento sono favorevoli ai piani genitoriali che bilanciano il tempo dei piccoli bambini tra le due case nel modo più egualitario possibile. La ricerca sui pernottamenti presso i padri favorisce l’idea di permettere che i minori sotto i 4 anni siano curati alla notte da ognuno dei genitori piuttosto che spendere ogni notte nella stessa casa. (21) Uno studio di grande spessore è inoltre stato pubblicato su Children & Society. Esso è stato condotto da ricercatori indipendenti delle Università di Bethesda, della Groenlandia, di Stoccolma, di Yvaskula (Finlandia), di Copenaghen, di Akureyri (Islanda), di Goteborg. (22) Esso ha analizzato 184.496 minori (divisi in tre gruppi: undicenni, tredicenni, quindicenni) in 36 società occidentali (Italia inclusa) con non meno di 1536 studenti in ogni Paese per gruppo di età . Senza dilungarci troppo i risultati furono: 1. I bambini che vivono con entrambi i genitori biologici riportano i più alti livelli di soddisfazione di vita rispetto ai bambini che vivono con un genitore single o con un genitore biologico ed uno acquisito. 2. I bambini che vivono in sistemazione di collocamento materialmente congiunto (in questo caso per gli Autori si tratta di suddivisione paritaria dei tempi) riportano comunque un più alto livello di soddisfazione di vita rispetto ad ogni altra sistemazione di famiglia separata, solo un quarto di rango (-0,26) più basso dei bambini nelle famiglie integre. Anche la comunicazione coi genitori, indagata in profondità in uno studio appendice, è risultata migliore per minori in affidamento materialmente condiviso e/o paritetico nel medesimo vastissimo campione. (23)
L’affido materialmente condiviso, poi, sembra essere un ottimo rimedio per ostacolare la perdita dei contatti tra prole e padre (solo l’1% dei minori in “alternating residence”  contro il 21% dei figli che vivevano prevalentemente con la madre secondo una autorevole casistica francese). (24) La distanza alla quale si trovano a vivere il genitore “less involved” e la prole appare inoltre condizionare nettamente non solo la riuscita dell’affido materialmente condiviso ma anche la perdita della figura genitoriale (con un punto quasi di non ritorno dell’81% per distanze tali per cui il genitore non sa quantificare il tempo necessario per compiere il viaggio mentre la perdita del genitore avviene nel 33% dei casi in cui vi siano oltre 4 ore di distanza tra i due domicili). Ricordiamo poi che è di recente pubblicazione un testo in cui  la professoressa tedesca Hildegunde Suenderhauf ha selezionato gli unici 50 studi sulle modalità di affido nei minori pubblicati su riviste internazionali con meccanismo di revisione “peer in review” tra il 1977 e il 2014 e ne ha analizzato le conclusioni e che esse sono risultate inequivocabili. Solo due studi (4%) avevano infatti dato risultati negativi per l’affido materialmente condiviso, undici o non avevano mostrato influenze oppure avevano mostrato alcuni effetti negativi neutralizzati da altri positivi (gruppo di studi detto neutrale o misto). Trentasette (74%), però, avevano prodotto inequivocabili risultati positivi per l’affido materialmente condiviso.
E' infine interessante notare la differenza tra i dati ufficiali forniti dai governi o dagli istituti nazionali di statistica e la realtà concreta che i cittadini europei si trovano ad affrontare. Ad esempio, confrontando il dato ufficiale svedese (92,1% di affido condiviso) con quello italiano (89,8% di affido condiviso-joint custody), parrebbe ad uno sguardo superficiale che le due nazioni si trovino situate al medesimo livello nell'ambito di difesa del diritto alla bigenitorialità. Invece in Svezia i tempi di frequentazione paritetica dei genitori riguardano il 30% dei minori mentre in Italia sono numericamente irrilevanti e, anzi, il genitore che tramite un formale atto legale li richiede pur abitando nel medesimo condominio può persino perdere il diritto all'affidamento condiviso perchè irrispettoso del diritto del minore alla stabilità materiale!! (Tribunale dei Minori di Trieste, estensori P. Sceusa et al., 20-2-2013). L’opinione dell’Autore, inoltre, è che fattori sociologici e culturali abbiano poca influenza sull’applicazione della physical-equal joint custody e, tra i tanti possibili, il caso della Svizzera è illuminante: nel Paese elvetico esistono tre comunità linguistiche e culturali dominanti ma i figli della comunità francofona in caso di divorzio dei genitori sono trattati assai diversamente dai bambini francesi che vivono appena aldilà del confine e la stessa cosa si può dire per i minori della comunità germanofona rispetto ai bambini tedeschi e per i minori di lingua italiana rispetto a quelli che vivono appena aldilà del confine italiano. La tendenza europea, comunque, è verso una lentissima evoluzione in senso positivo: vent'anni fa i Paesi con la possibilità dell'affido condiviso erano assai meno degli attuali, nessuno Stato dopo averlo introdotto lo ha poi eliminato, gli affidi a tempi paritetici o materialmente condivisi in Europa sono lentissimamente aumentati nella maggior parte delle Nazioni (più velocemente in quelle che hanno iniziato a incentivarlo diffusamente come  il Belgio) ma molto più a seguito di accordi tra i genitori che per imposizione delle magistrature che paiono fare argine contro le nuove evidenze scientifiche, dimostrando spesso l’esistenza (cfr. nel nome dei Figli, booksprint edizioni, www.booksprintedizioni.it) di uno spesso muro (di cartesiana memoria) tra il mondo dei Saperi dell’Uomo (e quindi anche il Diritto) e quello dei Saperi della Natura (la Medicina, la Biologia, la Psicologia). (25)
A parte, uscendo dal tema di questa ricerca, non si può fare a meno di notare una generale scarsa considerazione in Europa della genitorialità biologica maschile con punte numeriche veramente illuminanti (caso limite l’Italia: affido esclusivo al padre nello 0,8% contro il 18% delle cause giudiziali danesi, il 10-12% di quelle svedesi, il 7% della Francia, il 9% della Repubblica Ceca e il 13% della Germania ).
BIBLIOGRAFIA 1)    Opacka-Juffry et al.: “Experience of stress in childhood negatively correlates with plasma oxytocine concentration in adult men”. Stress-2012 jan, 15 (1), 1-10; Epub 2011 jun 19 2)    Patrick O Mc Gowan, Aya Sasaki et al., “Epigenetic regulation of the glucocorticoid receptor in human brain associates with childhood abuse”, Nature Neuroscience, num.3, vol.12, 2009. 3)    V. Vezzetti, Joint custody: “The interest of the child in different family structures”, Rivista della Società italiana di pediatria Preventiva e Sociale, num.3, pag.26-31, 2012, http://www.figlipersempre.com/res/site39917/res645467_sippsenglish.pdf 4)      T.Bjarnason, P. Bendtsen, A. M. Arnarsson: “Life Satisfaction Among Children in Different Family     Structures: A Comparative   Study of 36 Western Societies”, Children & Society, Vol. 26, (2012) pp. 51–62 5)    Battaglia M., Pesenti Gritti P., Medland S. et al.,“A genetically informed study on the association between  childhood separation anxiety, sensitivity to CO2, panic disorder and the effect of childhood parental loss”. Archives of general psychiatry, 06-01-2009. 6)    Janice K. Kiecolt-Glaser et al: “Childhood adversity heightens the impact of later life care giving stress on telomere length and inflammation” Psychosomatic medicine 73: 16-22, 2011 7)    Rebecca E. Lacey, Meena Kumari, Anne McMunn: Parental separation in childhood and adult inflammation: The importance of material and psychosocial pathways, Parental separation in childhood and adult inflammation: The importance of material and psychosocial pathways 8)    U.S. Department of Health and Human Services, National Center for Health Statistics, Survey on Child Health, Washington, DC, 1993. 9)    Carol W. Metzler, et al. "The Social Context for Risky Sexual Behavior Among Adolescents," Journal of Behavioral Medicine 17 (1994) 10)    Rebecca O’Neill: “Experiments in living: the fatherless family”, Civitas, The Institute for the Study of Civil Society, London 2009 11)    Brain Res. 2006 Oct 20;1116(1):58-63. Epub 2006 Sep 1. Lack of paternal care affects synaptic development in the anterior cingulate cortex. Ovtscharoff W Jr, Helmeke C, Braun K. 12)    Dev Neurobiol. 2009 Sep 1;69(10):663-73. Paternal deprivation induces dendritic and synaptic changes and hemispheric asymmetry of pyramidal neurons in the somatosensory cortex. Pinkernelle J, Abraham A, Seidel K, Braun K. 13)    Cockett and Tripp (1994), The Exeter Family Study: Family Breakdown and Its Impact on Children, 14)    Vezzetti V.: “Il figlio di genitori separati”, rivista SIPPS, 3-4 2009. 15)    IT E-000713/2013 Risposta di Viviane Reding a nome della Commissione (7.3.2013) 16)    IT E-005595-14 Interrogazione dell’On. Sonia Alfano alla Commissione (24.4.2014) 17)    R. Bauserman, “Child adjustment in joint-custody versus sole-custody arrangements: a meta analytic     review”, Journal of Family Psychology 2002, vol. 16, N.1-91-102 18)     Linda Nielsen (2011), Journal of Divorce & Remarriage Shared Parenting After Divorce: A   Review of Shared Residential Parenting Research Department of Education. 52:8, 586-609 19)    Sweden statistics 2009. Rapporto governativo svedese http://www.socialstyrelsen.se/publikationer2012/2012-5-15 20)    Bergström et al. “Living in two homes-a Swedish national survey of wellbeing in 12 and 15 year olds with joint physical custody” BMC Public Health 2013, 13:868 http://www.biomedcentral.com/1471-2458/13/868 21)    Richard Warshak, Social Science and Parenting Plans for Young Children: A Consensus Report; Psychology, Public Policy, and Law 2014, Vol. 20, No. 1, 46–67 American Psychological Association 22)    Life Satisfaction Among Children in Different Family Structures: A Comparative Study of 36 Western Societies Children & Society, Vol. 26, 2012, pp. 51-62. 23)    Bjarnason T., Arnarsson A. M., “Joint physical custody and communication with parents: Comparative Study of 36 Western Societies”, Journal of comparative family studies, vol.4, num. 6, 2011 24)    Arnaud Régnier-Loilier, “When fathers lose touch with their children after a separation”, Population&Society, num. 500, may 2013         25) Vittorio Vezzetti, Nel nome dei figli www.nelnomedeifigli.it, Booksprint edizioni, 2010 26)   
Suenderhauf Hildegunde:  Wechselmodell: Psychologie- Recht- Praxis. Springer VS, 2013 Wiesbaden      

TI SEPARI? TUTTA COLPA DI WHATSAPP

 

Negli ultimi 15 anni le separazioni sono aumentate del 25% e i divorzi della  metà. E la “colpa” è anche di Whatsapp e dei social. Eh sì perché è  proprio dal sistema di messaggistica più noto al mondo che 4 coppie su 10  scoprono le “corna” del partner, mentre il 20% soprattutto da  Facebook e Twitter.

Finita, ormai, l’era delle tracce di rossetto sulla camicia, di biglietti e  mazzi di fiori anonimi e sospetti, a mettere il dito tra moglie e marito ci  pensa la tecnologia e Whatsapp in primis con qualche “bacio virtuale” o  “faccina” complice di troppo, capace di destare sospetti che possono  rivelarsi fondati.

L’app di messaggistica appare in circa il 40% delle cause di separazione e  divorzio, quale “prova” dell’infedeltà del compagno/a, seguita, a una  certa distanza, da Facebook e Twitter che tra un “like” e un “cinguettio” hanno  permesso al partner di risalire al tradimento dell’altro.

E anche se le informazioni sono ottenute con palese violazione della privacy,  si tratta di un peccato  veniale rispetto alla violazione dei doveri coniugali. Del resto,  messaggi, chat e screenshot di conversazioni sono accettati – ormai –  come prove in quasi tutte le cause di separazione e per evitare denunce, in presenza di forti sospetti, basta richiedere al  gestore telefonico, tramite il tribunale, il traffico telefonico del cellulare  incriminato. Così senza sporcarsi le mani (o la coscienza), né rischiare  responsabilità, la prova del tradimento è ottenuta e il gioco è fatto, con  relativo, probabile, addebito della separazione al partner fedifrago.

Specialiste nello scovare le “corna” sono, neanche a dirsi, più spesso le  donne, anche over 50, che riescono a stanare i passi falsi tecnologici dei  mariti, azzeccando pin, facendo screenshot delle conversazioni, reperendo foto e  persino controllando i movimenti col Gps. Quanto agli uomini, invece, a detta  dell’avvocato, spesso hanno “la 'sindrome di pollicino' e non cancellano  quasi mai messaggi e foto compromettenti”. Anche se in ogni caso, cancellare tutto può sortire l’effetto contrario,  perché “una tabula rasa improvvisa è più sospetta di mille chat”.

 

Avvocato Carlo Ioppoli

Presidente Avvocati Familiaristi Italiani

 


ATTENZIONE ALLE FOTO DELL'INVESTIGATORE PRIVATO PER COLORO CHE TRADISCONO

 

Secondo quanto recentemente stabilito dal Tribunale di Milano, con sentenza del primo luglio 2015, l’addebito della separazione in capo al coniuge fedifrago può essere chiesto e ottenuto attraverso la semplice produzione di foto scattate da un investigatore privato.

Con un solo colpo di spugna, i giudici meneghini hanno cancellato i loro precedenti e quelli della Cassazione, stabilendo che la testimonianza del detective che confermi la prova atipica costituita dal dossier fotografico non è necessaria. O, più correttamente, non lo è se la controparte non contesta nel merito le accuse di violazione dell’obbligo di fedeltà.

Nel caso di specie, le foto erano state prodotte da una moglie che, per provare l’infedeltà del marito, peraltro scoperto direttamente dalla donna in compagnia dell’amante all’interno della casa coniugale, si era affidata a un’agenzia di investigazioni.

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A fronte di tale produzione, l’uomo aveva semplicemente tentato di aggirare l’evidenza delle immagini, contestandone non il contenuto ma l’illegittimità sotto altri punti di vista, asserendo, ad esempio, l’irregolarità dei pedinamenti per contrasto con la normativa a tutela della privacy.

Pur ribadendo che il materiale fotografico può essere utilizzato solo come presunzione o argomento di prova, essendo assimilabile agli scritti provenienti da terzi, in presenza di capitoli di prova formulati a conferma del materiale e astrattamente ammissibili e in assenza di contestazioni nel merito il Tribunale ha ritenuto di dover accogliere il ricorso della donna, addebitando la separazione all’ex marito, senza necessità di ulteriori conferme.

In applicazione del “principio di non contestazione” di cui all’articolo 115 c.p.c., quindi, i giudici hanno individuato nella mancata contestazione specifica della veridicità di quanto emerso dal materiale fotografico una sostanziale ammissione dei fatti da parte del coniuge fedifrago, sufficiente ad inchiodarlo.

Avv. Carlo Ioppoli - Presidente Avvocati Familiaristi Italiani


COL DIVORZIO BREVE SI VA VERSO UN PICCO DI CAUSE

 

Che la coppia scoppi soprattutto d’estate è un fatto notorio, del resto, lo  dice anche il proverbio: “agosto, moglie mia non ti conosco”. Ma lo scoppio,  quest’anno, è avvenuto a giugno e luglio ed è da attribuirsi al c.d. “effetto  divorzio breve”.

La nuova normativa, infatti,in vigore dal 26 maggio scorso,  ha portato soltanto nei primi due mesi estivi a un’impennata di oltre 50mila  addii rispetto allo scorso anno.

La legge, si ricorda, ha accorciato a 12 mesi la durata minima del periodo di  separazione per poter presentare domanda di divorzio e a 6 mesi per le  consensuali.

E, dunque, considerando il fatto che nei primi tre mesi dell’anno i numeri  erano in discesa, l’aumento degli addii non può essere un caso.

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Tornando ai dati, a lasciarsi in media sono coloro che hanno da poco  superato gli ‘anta” (44 anni per gli uomini e 41 per le donne), con pochi  anni di matrimonio alle spalle e, mentre la separazione è richiesta nel 60% dei  casi dalle donne, il divorzio nel 60% dei casi dagli uomini.

Ma a spiccare, anche si prevede un aumento delle domande in tutte le fasce  d’età, sono soprattutto gli over 65 che da soli coprono il 20% delle domande  di divorzio presentate sinora, le cui cause potrebbero rintracciarsi sia  nell’esigenza di provare una “seconda giovinezza” sia nell’”effetto” opposto  all’aumento dei matrimoni (circa 3mila l’anno) tra anziani e giovani badanti. 

E non è finita qui. Il vero “picco” si attende  ora in autunno, per poi stabilizzarsi.

Ma non è detto, perché potrebbe innescarsi anche un altro effetto, quello  della pubblicazione della lista dei “traditori” che su Ashley Madison cercano  avventure extraconiugali. Colpita dagli hacker di Impact Team, la  piattaforma ha visto svelare i dati di oltre 20 milioni di “fedifraghi”, tra cui  spiccano gli italiani e soprattutto gli uomini (l’85% degli iscritti).

 

Avv. Carlo Ioppoli

Presidente Anfi - Ass.ne Avvocati Familiaristi Italiani


SE IL MARITO HA UNA NUOVA FAMIGLIA SI RIDUCE IL MANTENIMENTO ALL'EX CONIUGE

 

Se il marito divorziato si rifà una famiglia, l’assegno da versare al  figlio avuto durante il primo matrimonio resta immutato.

Egli, però, potrà veder ridotto l’assegno da versare all’ex coniuge

Secondo il parere della Corte di Cassazione, espresso nell’ordinanza  numero 15969 depositata il 29 luglio 2015 (qui sotto allegata), il fatto che  l’ex marito debba ora mantenere due nuove bambine oltre al figlio di primo  letto, anche se maturo, rende l’ammontare originario dell’assegno troppo gravoso  e non più sostenibile

Poco importa che la somma corrisposta all'ex moglie sia fiscalmente  deducibile, né che i guadagni dell’uomo siano superiori rispetto a quanto dallo  stesso dichiarato nell’atto di appello: la somma che spetta alla donna è  ormai eccessiva alla luce degli oneri gravanti sull’uomo a seguito della nuova  situazione familiare e della necessità di continuare a mantenere il primo  figlio, universitario e non ancora autonomo, e di farsi carico di tutte le spese  straordinarie a questo relative.

Oltretutto la prima moglie è laureata in lettere, è già stata titolare di  diversi incarichi di supplenza nella scuola e gode, quindi, di piena  capacità lavorativa: la comparazione della situazione economica e reddituale tra  le due parti non giustifica più il godimento in capo ad essa dei vecchi  benefici.

La donna, quindi, per i giudici della Corte di Cassazione, dovrà  rinunciare ad una parte rilevante del suo assegno.

 

Avv. Carlo Ioppoli

Presidente ANFI - Ass.ne Avvocati Familiaristi Italiani 

 


UNA SENTENZA STORICA

STANDING OVATION

 

Grande soddisfazione, individuale e collettiva, per il brillante risultato ottenuto dall’avvocato Carlo Ioppoli e, di riflesso, dalla struttura che presiede.

Un decreto che per certi versi farà storia, alza l’asticella del sapere forense nell’ambito del Diritto di Famiglia; ma soprattutto ha il grande merito di disinnescare l’utilizzo strumentale delle false accuse ed i preconcetti gender oriented.

I fatti.

Roma, 2001 – Daniela[1] e Roberto convivono, nel 2006 dall’unione nasce Lucia

Nel 2012 Maria interrompe la convivenza, ne inizia un’altra e si trasferisce a Torino con la figlia, a casa del nuovo compagno; il tutto senza consultare Roberto, che è messo di fronte al fatto compiuto e viene informato da un telegramma: Daniela lo ha lasciato (e questo deve essere accettato, anche se obtorto collo) e Lucia è a Torino con la madre, che impedisce ogni contatto padre-figlia (questo invece è inaccettabile).

Il contesto abituale della bambina è ovviamente a Roma, ove è nata ed ha sempre vissuto, ma Daniela sembra anteporre all’interesse della figlia le esigenze logistiche della nuova relazione sentimentale.

Ritiene che la fine del precedente legame debba coincidere con la fine di ogni rapporto padre-figlia, e si comporta di conseguenza.

Poi arriva l’imprevisto: dopo 20 gg. ha un incidente d’auto, non può gestire la figlia, convoca Roberto in ospedale e chiede che sia lui ad occuparsi di Lucia, riportandola a Roma.

È quindi consapevole della piena competenza di Roberto, che riconosce come ottimo padre.

Quando a Daniela serve che lo sia.

Infatti l’anno successivo ci ripensa, vuole di nuovo la figlia presso di se e presenta istanza per iscriverla ad una scuola di Torino.

Il Tribunale non autorizza il trasferimento della minore ma la madre non attende il pronunciamento, nelle more del giudizio sottrae di nuovo Lucia con la forza e la porta via da Roma.

Subentra però l’instabilità affettiva di Daniela, che interrompe anche la convivenza a Torino e

Torna a vivere a Roma.

Roberto non ostacola gli incontri madre-figlia, quindi Lucia vive a Roma frequentando liberamente entrambi i genitori.

Però Daniela non è soddisfatta: il Tribunale deve ancora stabilire affidamento e modalità di frequentazione ma è lecito credere che possa confermare una condizione di fatto già esistente: la collocazione presso il padre.

Non può accettarlo, deve fare di tutto per toglierla al padre e farsi affidare Lucia, anche perché vorrebbe come “effetto collaterale” un assegno di 1000 euro al mese.

L’aspetto economico è cinico e gretto, ma sarebbe miope non considerarlo perché è la molla – non sempre esplicita - dalla quale prendono l’abbrivio gran parte delle contese sui figli.  

Daniela cambia avvocato e cambia strategia, quindi irrompe sulla scena lo spettro di un abuso sessuale sulla bambina.

Un copione già visto

Il sospetto costruito a tavolino, ANFI ha duramente preso posizione contro il fenomeno emergente delle false accuse che trova terreno fertile nell’ambito di separazioni, divorzi e cessazioni di convivenza.

Con le false accuse di solito il risultato minimo è garantito, il tribunale in via preventiva interrompe gli incontri tra il minore presunto abusato ed il soggetto presunto abusante; per ripristinarli, eventualmente, in caso di infondatezza delle accuse e sempre sotto la supervisione dei Servizi..

Ma stavolta il giudice non abbocca.

La Dr.ssa Glori non si lascia coinvolgere nell’inganno, studia a fondo gli atti e contesta le incongruenze a Daniela, che non è in grado di spiegare perché il presunto abuso venga utilizzato per chiedere l’affido esclusivo, ma non sia mai stato denunciato alla Procura della Repubblica.

Un reato penale gravissimo, che però non avvia un iter penale.  .

 

La vicenda è più complessa, il corposo fascicolo parla di altri figli, altri compagni, altri spostamenti, altri parenti coinvolti, e poi relazioni dei Servizi Territoriali, audizioni della minore e avvicendamenti di diversi avvocati (anche dei centri antiviolenza) che sarebbe troppo lungo - e noioso - riassumere in un articolo

Resta il fatto del decreto conclusivo, quello che mette la parola fine a sottrazioni e presunti abusi costruiti sul nulla.

                       

Quindi una rottura degli schemi precostituiti, quelli che per anni hanno condizionato il Diritto di Famiglia.

Anche grazie alla Dr.ssa Glori, che ha dimostrato essere un giudice attento e ricettivo.

Sappiamo che, purtroppo, non tutti dimostrano uguale attenzione nello studio degli atti.

 

Invito caldamente l’avvocato Ioppoli a pubblicare gli atti, in un apposito spazio del sito che possa fungere da database dei provvedimenti virtuosi ottenuti dagli affiliati ANFI.

Magari in parallelo con un altro spazio in cui archiviare i provvedimenti che virtuosi non sono.

La casistica è un capitale preziosissimo, è sempre utile avere un archivio da condividere e consultare, e la capillarità della struttura ANFI è una risorsa da utilizzare la meglio.   

Nel mio database personale sono indeciso se archiviare questo provvedimento come ANFI o made by Ioppoli, credo che le due cose siano strettamente legate.

Conosco Carlo da diversi anni, ben prima che decidesse di avventurarsi nella fondazione dell’ANFI.

Li ho visti maturare insieme, alla grande crescita professionale del singolo corrispondeva, un mese dopo l’altro, la crescita della struttura.

Non mi riferisco al numero delle adesioni individuali o delle sedi in Italia, per crescita intendo il capitale delle strategie e del know-how che ANFI è in grado di sviluppare.

Che fosse un progetto vincente lo si intuiva da subito, col tempo arrivano i risultati concreti.

Bravi tutti, l’ammiraglio Ioppoli e la corazzata ANFI.

 FN


[1] I nomi dei soggetti coinvolti e dei luoghi interessati sono di fantasia.

 


 

Se il marito mantiene la casa all'ex, deve anche le spese condominiali

Per la Cassazione, se il coniuge obbligato è condannato a versare le spese ordinarie e straordinarie dell'immobile è tenuto anche a pagare le spese condominiali

 

Assegno tutto compreso per il marito separato condannato a pagare le spese ordinarie e straordinarie della casa in cui vive l'ex. In tali costi rientrano infatti anche le spese condominiali. Lo ha stabilito la Cassazione con la sentenza n. 11024 di ieri (qui sotto allegata), respingendo l'appello proposto dall'uomo avverso la sentenza della Corte d'Appello di Milano che riconosceva a suo carico il versamento delle spese di acqua e condominio dell'immobile rimasto all'ex consorte.

 

A nulla è valsa l'eccezione sollevata dal marito il quale era convinto di dover pagare soltanto il mutuo e i costi ordinari e straordinari dell'immobile in questione, quali spese appunto “relative all'unità immobiliare di proprietà individuale” e non già anche le spese condominiali in quanto “relative alle parti di proprietà comune di un immobile”.

 

Ma da piazza Cavour, aderendo alle convinzioni del giudice d'appello, arriva invece il “tutto incluso”.

 

Non è sostenibile, ha puntualizzato infatti la Suprema Corte, “che tra le spese ordinarie e straordinarie relative a un immobile non possano ricomprendersi - per limiti lessicali - anche le spese condominiali. Vero è invece il contrario, essendo il carattere della ordinarietà o straordinarietà del tutto indipendente dal carattere condominiale o individuale delle spese inerenti a un immobile”.

 

Quel che conta, in sostanza, nell'appellativo “spese”, è l'inerenza delle stesse all'immobile, ha proseguito la S.C., e “non è vero che tale inerenza difetti, quanto alle spese condominiali, per il solo fatto che esse attengono alle parti comuni dell'immobile, piuttosto che alle singole unità di proprietà individuale: vi osta la stretta connessione delle parti di proprietà comune con quelle di proprietà individuale”.

 

Del resto, anche le spese condominiali, ha concluso la Cassazione, “sono suscettibili di essere qualificate a seconda dei casi come ordinarie o straordinarie”.

 

All'uomo dunque non resta che rassegnarsi a sostenere anche tali ulteriori costi, inclusi nei doveri di mantenimento.

Avv. Carlo Ioppoli - Avvocati Familiaristi Italiani

www.associazionefamiliaristi.org

 


BASTA AI CEFFONI A SCOPO EDUCATIVO: LO STABILISCE LA CASSAZIONE

 

1 anno e 8 mesi a un padre di Pordenone, l'eccesso dei mezzi di correzione va  punito severamente come maltrattamento Roma, 14 lug. (AdnKronos) - I figli non si educano a suon di botte. Lo ricorda  la Cassazione con una sentenza della Sesta sezione penale nella quale intima lo  stop a metodi violenti a scopo educativo. "L'eccesso di mezzi di correzione  violenti - scrive il relatore Stefano Mogini - concretizza il reato di  maltrattamenti in famiglia e non rientra nella fattispecie" punita in base  all'art. 571 c.p. che sanziona l'abuso dei mezzi di correzione "neppure ove  sostenuto da 'animus corrigendi' poichè l'intenzione soggettiva non è idonea a  fare rientrare nella fattispecie meno grave una condotta oggettiva di abituali  maltrattamenti, consistenti in continue umiliazioni, rimproveri anche per futili  motivi, offese e minacce, violenze fisiche". A fare scendere in campo in modo  perentorio i giudici di piazza Cavour, il caso di un padre ultracinquantenne di  Pordenone condannato dalla Corte d'appello di Trieste (febbraio 2014) ad un anno  e otto mesi di reclusione per i reati di maltrattamenti in famiglia e lesioni  personali aggravate in danno del figlio minorenne. Inutile il ricorso dell'uomo  in Cassazione volto ad attutire la sua posizione (abuso dei mezzi di correzione  anzichè il reato di più grave di malrattamenti) sulla base che, a detta della  difesa, la sua condotta era volta "unicamente all'esercizio, pu se in ipotesi  eccessivo, dello 'ius corrigendi'" e quindi avrebbe dovuto tutt'al più essere  sanzionata in maniera più lieve. La Suprema Corte ha bocciato la tesi difensiva  e ha reso definitiva la condanna nei confronti del padre manesco. Nel dettaglio,  la Cassazione ricorda che "il termine correzione va assunto come sinonimo di  educazione, con riferimento ai connotati intrinsecamente conformativi di ogni  processo educativo e non può ritenersi tale l'uso abituale della violenza a  scopi educativi, sia per il primato che l'ordinamento attribuisce alla dignità  delle persone, anche del minore, ormai soggetto titolare di specifici diritti e  non più, come in passato, semplice oggetto di protezione, sia perchè non può  perseguirsi quale meta educativa lo sviluppo armonico della personalità usando  un mezzo violento che tale fine contraddice".  La sentenza registra fra l'altro  che il padre del minorenne era stato sollecitato dal servizio sociale a  modificare i suoi metodi che provocavano "sofferenza psichica" al bambino. 

 


ASSOLTO IL PADRE CHE NON PAGA IL MANTENIMENTO SE SI PRENDE CURA DEI FIGLI

 

Un padre separato che non ha pagato il mantenimento per i figli  minori può salvarsi dalla condanna penale per il reato di cui all'articolo 570  c.p. (Violazione degli obblighi di assistenza familiare) se si è preso cura dei figli.

E' quanto emerge da una sentenza della Corte di Cassazione  (la n. 21482/15 qui sotto allegata)  che, accogliendo la tesi  della difesa dell'imputato, ha fatto rilevare come da una scrittura privata  sottoscritta tra i coniugi dopo la separazione, fosse emerso che le due  figlie (di cui una minorenne) erano andate a vivere con il padre.

La Corte d'appello di Roma nel riformare una sentenza di primo grado aveva  ritenuto colpevole l'imputato del reato ascrittogli in relazione all'omesso  mantenimento di una figlia minorenne fino alla data del compimento della  maggiore età ed aveva tenuto conto solo delle dichiarazioni della persona  offesa.

Rivolgendosi alla Suprema Corte, il padre separato contestava il fatto nel  caso di specie non era stata raggiunta la prova della mancanza di mezzi di  sussistenza, elemento necessario per potersi configurare l'ipotesi del  reato.

Nell'accordo sottoscritto dalle parti, infatti, risultava che le figlie  erano rimaste a vivere con il padre con la conseguenza che non erano mai  venute a trovarsi in stato di bisogno avendo provveduto per loro il padre  convivente.

Nella parte motiva della sentenza la Cassazione fa notare che gli elementi di  fatto che emergevano dalla scrittura privata dovevano costituire oggetto di  una verifica da parte dei giudici di merito che avrebbero dovuto  procedere alla rinnovazione parziale del dibattimento con l'audizione delle  figlie dell'imputato.

Del resto, spiega la Corte, quando si deve valutare la deposizione della  persona offesa e quest'ultima è costituita parte civile (e come tale  portatrice di interessi economici), il controllo dell'attendibilità deve  essere più rigoroso rispetto a quello a cui si sottopongono le dichiarazioni  di qualsiasi testimone e può essere opportuno procedere al riscontro di tali  dichiarazioni con altri elementi.

 

AVV. CARLO IOPPOLI

PRESIDENTE ANFI, ASS.NE AVVOCATI FAMILIARISTI ITALIANI


PER IL BENESSERE DEI MINORI CI VUOLE AFFIDAMENTO ALTERNATO E MANTENIMENTO DIRETTO

 

Da tempo vado sostenendo che, per garantire il vero benessere dei minori con genitori separati, siano necessari un affidamento condiviso con tempi paritari ed il mantenimento diretto.

Da ultimo, anche la giurisprudenza sembra darmi ragione.

Ed infatti mi preme sottolineare un'ordinanza del Tribunale di Ravenna, con la quale il giudice, in sede  di separazione, "considerata la, allo stato, inesorabile gravissima  conflittualità esistente tra i coniugi ritenuti neppure in grado di affrontare  un percorso di mediazione familiare", disponeva l'affido condiviso della  figlia minore con collocamento alternato settimanale a rotazione annuale presso  i due genitori

A tale soluzione, ritenuta dal Tribunale romagnolo "l'unica soluzione  idonea per tutelare al massimo la tranquillità e serenità della  minore", conseguiva altresì l'obbligo per ciascun genitore di  provvedere al mantenimento diretto della figlia nei periodi di  rispettiva permanenza, ad eccezione delle spese di natura straordinaria,  gravanti sui genitori in parti uguali. 
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Per risolvere la vicenda, si ricorda, il giudice disponeva una CTU atta ad  accertare la capacità genitoriale dei coniugi e  stabilire il miglior regime di affidamento della minore  nell'esclusivo interesse della stessa, all'esito della quale emergeva  chiaramente la necessità di instaurare un rapporto genitoriale paritetico per  ridurre la conflittualità tra i coniugi e salvaguardare l'interesse della  figlia.

Avv. Carlo Ioppoli - Presidente ANFI, ASS.NE AVVOCATI FAMILIARISTI ITALIANI


CONVIVI CON UN ALTRO? PERDI IL MANTENIMENTO

 

 Con la sentenza n. 6855 del 3 aprile 2015 i Giudici di Piazza Cavour, hanno detto un chiaro "NO" all’assegno di mantenimento quando l’ex coniuge si è formato una nuova famiglia.

Vediamo quale è stata la vicenda che ha portato i Giudici della Corte a questa pronuncia.

Il caso riguarda una coppia divorziata di Brindisi.

La sentenza di divorzio prevedeva a carico dell’ex marito il pagamento a favore dell’ex moglie di un assegno di mantenimento per un importo pari a € 1.000,00. 

La donna, però, dopo la separazione si era ricostruita una nuova famiglia ed aveva avuto anche dei figli. Successivamente anche la nuova relazione si era interrotta. 

L’ex marito, ritenendo ingiusto dover continuare a corrispondere l'assegno alla sua ex aveva proposto ricorso in Appello, ma i Giudici del secondo grado avevano confermato quanto stabilito nella sentenza del tribunale ritenendo corretto che l'ex marito dovesse continuare a corrispondere alla ex moglie l’assegno di manteimento.

La vicenda giungeva, così, in Corte di Cassazione.

I Giudici di Piazza Cavour ribaltando la sentenza della Corte d’Appello affermano che

"Ove la convivenza assuma i connotati di stabilità e di continuità e i conviventi elaborino un progetto e un modello di vita in comune (analogo a quello del matrimonio), con la presenza di figli, la mera convivenza si trasforma in famiglia di fatto".

Ciò significa che, se la nuova convivenza presenta i requisiti della stabilità, della continuità e si fonda su un modello di vita simile a quello del matrimonio, viene meno per l’ex coniuge che si è formato una nuova famiglia il diritto all’assegno di mantenimento divorzile.

E, se la nuova convivenza si interrompe che succede? Si può tornare indietro e reclamare l’assegno di mantenimento?

La Corte di Cassazione, ancora una volta, risponde con un “NO”.

Anche se la nuova relazione si interrompe, alla ex moglie non può venir riconosciuto di nuovo il diritto all’assegno di mantenimento.

 

Avv. Carlo Ioppoli

Presidente ANFI, Ass.ne Avvocati Familiaristi Italiani 


UN PROTOCOLLO CHE NON VA BENE

 

 

Di recente è stato varato dal Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Roma il protocollo sulle spese straordinarie a carico dei genitori nei procedimenti di crisi familiare.

Devo, purtroppo, rilevare che tale protocollo parte da un presupposto a mio avviso errato, ovvero che le spese straordinarie restano al di fuori dell'assegno di mantenimento, che riguarda solo le spese ordinarie.

Si dà quindi per scontato che debba essere previsto un assegno di mantenimento, eventualità che ai sensi della legge 54/06 sull'affido condiviso doveva essere prevista solo in via residuale.

Spiace inoltre constatare che un importante Consiglio dell'Ordine degli Avvocati come quello di Roma abbia raggiunto una simile conclusione, oltretutto senza coinvolgere le Associazioni che da anni si occupano della materia.

L'ANFI continua invece a sostenere il cd. mantenimento diretto dei figli, così come previsto dalla legge 54/06, che è l'unica soluzione all'aumentare sempre più esponenziale dei conflitti.

 

Avv. Carlo Ioppoli

Presidente Associazione Familiaristi Italiani


ADDEBITO DELLA SEPARAZIONE AL CONIUGE CHE VUOLE FARE TUTTO DA SOLO

 

 

Corte  di  Cassazione civile, sezione sesta, sentenza n. 8094 del 22 Aprile   2015. 
 
Se i coniugi esercitano  insieme un'attività imprenditoriale è   legittimo addebitare la separazione a carico di chi, nella gestione dell'impresa  familiare, pretende di gestirla da solo. 
 
E' quanto ha statuito la  Cassazione  nella sentenza in oggetto, in cui la Corte si è occupata del caso di  una donna che lamentava di essere stata vittima, in ambito lavorativo, di  continue vessazioni da parte del marito.
 
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I giudici di merito  avevano respinto la richiesta della donna di addebitare al marito la  separazione ma la donna si è rivolta alla suprema Corte che invece le ha  dato ragione. 
 
Sulla  base delle norme  che impongono ai coniugi doveri reciproci di  collaborazione e di  concorde determinazione dell'indirizzo di vita  familiare, “se i coniugi esercitano congiuntamente  un'attività  economica per trarne i mezzi di sostentamento della  famiglia essi debbono  collaborare in posizione paritaria nell'esercizio e nella gestione dell'attività comune senza che l'uno possa pretendere di gestirla ad esclusione dell'altro”. 
 
Il   comportamento dispotico del marito, assunto  durante la  gestione dell'impresa familiare, è stato dunque idoneo a ledere, nel  tempo, l'affectio coniugalis, ed è quindi qualificabile come   elemento di addebito  della separazione. 
 
La dipendenza  psicologica  del coniuge più debole (in questo caso,  della moglie) non deve dunque  comportare una lesione dei diritti e dei doveri  matrimoniali previsti  dalla legge. 
 
In quest'ottica,  attraverso tale comportamento, il  marito avrebbe leso il principio di pari  dignità dei coniugi. Il  ricorso è accolto e la sentenza cassata con rinvio. 

Avv. Carlo Ioppoli

Presidente ANFI, Ass.ne Avvocati Familiaristi Italiani


Cassazione: se la madre si disinteressa della figlia il giudice può disporre l'affidamento esclusivo al padre

 

 

E' vero, "l’affidamento esclusivo, ai sensi dell’art. 155-bis c.c., è una soluzione eccezionale", ma tale scelta è consentita "nel caso in cui  il comportamento di un genitore si ponga in contrasto con l’interesse del  minore”.

Lo ha ribadito  la sesta sezione civile della Corte di  Cassazione, nell’ordinanza n. 19386  del 15 settembre scorso, in una vicenda riguardante l’affidamento di una  minore in via esclusiva al padre.

Il Tribunale  per i Minorenni di Bologna, nel procedimento ex art. 317 bis c.c., disponeva,  infatti, l’affido esclusivo della figlia minorenne al padre, con facoltà per la  madre di visita secondo i tempi e le modalità concordate con lo stesso. 

In  appello, la Corte di Bologna confermava la statuizione del giudice di primo  grado.

La madre si  rivolgeva, quindi, alla Cassazione lamentando l’eccezionalità dell’affido  esclusivo che deve ritenersi consentita solo nei casi in cui l’affidamento condiviso sia in  contrasto con l’interesse del figlio e chiedendone la revoca.

 

Ma, secondo la Suprema  Corte, il giudice di merito, nel caso di specie, ha fatto corretta applicazione dei principi in  materia.

È proprio  considerata la ratio della norma, ha  affermato invero la S.C. rigettando il ricorso, che va confermato l’affidamento in via esclusiva della figlia al padregiacchè il comportamento della madre,  che si è gravemente disinteressata della figlia, delegandone totalmente l’accudimento  al coniuge, trasferendosi altrove, denota  un’incostanza e una trascuratezza nell’adempimento dei doveri genitoriali, tale  da ritenere “l’attuale regime di affidamento e di collocamento presso il padre”, il più adeguato  alle esigenze della minore e l’unico “in grado di assicurare ad essa la certezza e la stabilità che nn ha avuto con la  madre”.

 

Avv. Carlo Ioppoli

Presidente Avvocati Familiaristi Italiani